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Per la BP il futuro è nel gas

La famigerata British Petroleum ha pubblicato ieri la sua relazione statistica annuale sull’energia mondiale, dalla quale emerge, come primo dato evidente, che il 2010 è stato un anno di record come non si vedevano dal 1973. Il consumo globale di energia è infatti cresciuto del 5,6% rispetto all’anno precedente. Nel dettaglio, sono aumentati i consumi di quasi tutte le fonti energetiche: sono stati bruciati un +3,1% di petrolio, un +7,6 di carbone e un +7,4 di gas. Dati record anche per l’idroelettrico, e notevoli per le rinnovabili, in special modo per l’eolico. L’unica fonte energetica a peggiorare le proprie performance, secondo la BP, è il nucleare, il cui contributo a livello mondiale è in continuo calo, e previsto in picchiata dopo gli smantellamenti annunciati da più parti.

A impressionare è soprattutto la crescita del carbone. Secondo la relazione la principale responsabile, o colpevole, è la Cina, la cui dirompente crescita economica ha comportato un’impennata nella domanda di energia. In effetti la Cina nel 2000 consumava meno di un terzo del carbone utilizzato al mondo, e in dieci anni la sua quota è salita al 48,2%. Rapportando questa crescita a tutti i paesi dotati di centrali a carbone, si ha la spiegazione dell’aumento, nonostante gli auspici e in alcuni casi le disposizioni internazionali, delle emissioni di biossido di carbonio, che nel 2010 è cresciuto come non accadeva dal 1969. Quali siano le conseguenze di un uso così ampio del carbone sulla biosfera è ormai noto e accertato dalla più ampia comunità scientifica. Insomma il riscaldamento globale, a questi ritmi, va come un siluro, proprio ora che dovremmo affrettarci a rallentarlo.

E l’unico freno possibile, volendo tenere costanti i consumi, anzi prevedendo una loro crescita esponenziale, se non infinita, è l’utilizzo del gas, che in molti paesi funge da sostituto del carbone. La BP si spertica in lodi rispetto a questa ipotesi, snocciolando cifre relative non tanto al gas naturale – sempre dannoso per l’ambiente e la salute, anche se molto meno rispetto a petrolio e carbone – quanto allo shale gas (gas da rocce scistose). Non è un caso: i maggiori produttori di gas naturale sono nell’est Europa e nell’area mediorientale o nordafricana, mentre l’estrazione dello shale gas è diventata un ricco business in Canada e USA. Ma mentre l’uno sgorga spontaneamente, l’altro va “indotto”, con complesse attività che richiedono l’uso di tonnellate di combustibili fossili e agenti chimici, che finiscono per mangiarsi il vantaggio del minore impatto ambientale della fonte energetica in quanto tale.

Tutto questo la BP si guarda bene dal dirlo, ovviamente. Elogia però il successo del gas, tanto schiacciante che la comunità scientifica, sempre secondo la relazione della BP, sta incominciando a considerare l’ipotesi di utilizzarlo come sostituto del petrolio nel comparto dei trasporti. La relazione raggiunge quasi il parossismo, parlando di “nuova età dell’oro” per il gas, sulla base dell’esplosione della domanda, cresciuta di più del 50% in 25 anni, e ovviamente prevista in crescita pressoché illimitata nel futuro.

E le rinnovabili? Sì, stanno crescendo, è innegabile. Ma secondo la BP sono destinate a soccombere sul lungo periodo. Insieme al nucleare, aumenteranno ancora un po’, fino al 2035, poi verranno soppiantate dal gas, meno costoso. E sarà quest’ultimo il protagonista del futuro mix energetico, che non vedrà la scomparsa del petrolio e del carbone, ma solo una loro riduzione, mentre nucleare e rinnovabili praticamente si estingueranno. L’Economist, nel riportare questi dati, mostra un giustificato scetticismo: la BP infatti mette l’accento sull’aumento dei consumi energetici di gas come sintomo di una ripresa economica che però, in realtà, è ben lungi dall’essere in atto, specie in Occidente.

Più che altro la BP finge di ignorare tutte le implicazioni geopolitiche insite nel possesso differenziato di giacimenti di gas, i costi assurdi, economici e ambientali, dell’estrazione dello shale gas americano, ma soprattutto i dati reali di crescita delle rinnovabili nel mondo e le decisioni politiche conseguenti in molte aree, Europa in primis. Perché il vero incubo della BP e delle sue consorelle non è tanto la concorrenza di una qualche fonte energetica alternativa, ma da un lato l’impossibilità del possesso legale di tali fonti, dall’altro la possibilità di ogni utente-consumatore di rendersi indipendente dalle forniture dei grandi gruppi industriali energetici. Il che è esattamente la strada maestra imboccata, irreversibilmente, dalle rinnovabili.

 

Davide Stasi

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