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Più povertà, meno welfare

È stato presentato ieri il “Rapporto sui diritti globali 2011” presso la sede centrale della CGIL. Lo studio, promosso non solo dal sindacato ma anche da una serie di altri soggetti tra cui ActionAid e Legambiente, mette in risalto quello che è accaduto alla spesa sociale nel nostro Paese, diventata pressoché nulla, e non lascia intravvedere margini di manovra per evitare che la cittadinanza si impoverisca ulteriormente.

Basta citare un solo dato, il più eclatante e significativo: -78,7%. Si tratta del taglio della spesa sociale che rende più vulnerabili le famiglie italiane, per nulla supportate dallo Stato nel momento in cui la crisi economica sta mietendo più vittime tra i lavoratori. Nello studio si quantifica in 40 miliardi la somma che servirebbe, nell’immediato, per abbattere la povertà. Ma è all’incirca lo stesso importo, invece, della manovra straordinaria che il governo si appresta a varare e che, manco a dirlo, è imperniata su ulteriori tagli alla spesa pubblica. 

Gli interessi di bilancio, anche qui, la fanno da padroni. Ed è, come sottolineato durante la presentazione del Rapporto, la vittoria di un modello statale che non si occupa dei cittadini in difficoltà ma che li lascia indietro senza domandarsi come sopravvivranno. Tutti gli Stati europei rispondono a questa logica, «cercando di liberarsi dagli oneri derivanti dalla protezione degli strati sociali più deboli e dal mantenimento di una serie di servizi pubblici a suo tempo considerati essenziali per promuovere lo sviluppo economico-sociale e oggi ritenuti un fardello». Molti, dunque, i fondi tagliati in maniera significativa o addirittura soppressi: ad esempio il Fondo per le politiche sociali è passato dai 584 milioni del 2009 ai 435 del 2010 e subirà ulteriori tagli fino a toccare i 44 milioni nel 2013.

Se è vero, inoltre, che c’è una crisi di consenso nei confronti del welfare, poiché «una quota importante di italiani non vuole che il welfare sia universalistico e che ne possano fruire soggetti “non meritevoli”», è anche vero che non si può ovviare a questo problema con una semplice cancellazione della spesa sociale: la necessità di effettuare maggiori controlli deve servire a evitare che i fondi vadano a chi non dovrebbe accedervi, assicurando viceversa un maggiore sostegno a chi ne ha diritto. E questo anche se ad averne bisogno sono sempre più persone: la povertà relativa oscilla ormai tra il 10,2 e l'11,4 per cento e si va aggravando per quanto riguarda i minori, e dunque le famiglie con figli, arrivando a toccare il 22 per cento. Non solo. Se una volta ad essere in difficoltà era soltanto chi un lavoro non ce l’aveva, adesso la statistica ha coniato una definizione tutta nuova per chi non è disoccupato ma non se la passa comunque bene: “working poor”. Si tratta di chi lavora ma non guadagna abbastanza per vivere, in barba all’articolo 36 della Costituzione secondo il quale «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa», e la percentuale di famiglie che si trovano in questa situazione oscilla tra il 4 e il 20 per cento, con una media nazionale dell‘8,9. 

Soluzioni, viste le intenzioni del governo e la frequenza con cui vengono varate manovre correttive di ogni genere, non sembra ce ne siano. E in ogni caso non le praticherà questo esecutivo, concentrato a far quadrare i conti per soddisfare i dettami della Bce e a far balenare l’illusione del taglio delle tasse che non arriverà mai. Ironia della sorte, all’impoverimento ulteriore della fasce più deboli corrisponde invece un miglioramento dei più abbienti, che ci colloca al sesto posto nella classifica Ocse della diseguaglianza sociale.

 

Sara Santolini

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