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Licenziate perché donne

È così che dopo aver lottato per anni per i diritti delle donne, non siamo che al punto di partenza. Peggio ancora: lo siamo con la presunzione di vivere in un Paese libero, dove si possa guardare con un sorriso di distacco alle ragazze islamiche costrette a un atto di forza per poter guidare un’automobile. Eppure, siamo in Italia: nella stessa Italia che in teoria prevede una miriade di tutele e di controlli ma che di fatto consente lo sfruttamento del lavoro, la disoccupazione galoppante, la discriminazione di genere. 

La MaVib di Inzago, un’azienda di produzione di motori per impianti di condizionamento, ha infatti deciso di licenziare le donne, al posto dei loro colleghi maschi, nel folle presupposto che «tanto per tutte le loro è un secondo lavoro, staranno a casa a curare i figli», enunciato dall’amministratore delegato di fronte ai rappresentanti sindacali. La Fiom ha replicato sarcasticamente: «La motivazione della selezione dichiarata in sede Api (Associazione piccole medie imprese) è davvero brillante: "Licenziamo le donne così possono stare a casa curare i bambini e poi, comunque, quello che portano a casa è il secondo stipendio". Al no ai licenziamenti si aggiunge l'indignazione per il becero, offensivo e discriminatorio atteggiamento dell'azienda». 

Una mossa davvero poco furba quella dell’Amministratore delegato della MaVib, non solo perché ora ogni singolo licenziamento dovrà essere giustificato da motivazioni oggettive, come la legge vorrebbe, ma anche perché nel Mondo occidentale delle ipocrisie lo scandalo è dietro l’angolo: la politica ha giustamente condannato senza appello la discriminazione di genere, nonostante la pratichi ampiamente al proprio interno.

«Dietro questa decisione», puntualizza la segretaria generale della Fiom Maria Sciancati, «c'è l'idea di un lavoro visto all'antica. Quando cioè le persone venivano considerate merci e le donne solo come soggetti a cui delegare la casa e la famiglia». Quasi quasi sarebbe auspicabile che fosse così. Ovverosia che vi fosse davvero la possibilità di decidere liberamente se aggiungere alle incombenze domestiche le fatiche di un impiego. In realtà, al contrario, sono molte le donne che lavorano per mantenere se stesse e la propria famiglia, così come sono molte quelle obbligate a lavorare nonostante lo faccia anche qualcun altro nel proprio nucleo familiare perché con un solo stipendio non riescono ad arrivare a fine mese, meno ancora se hanno proprio quei bambini di cui preferirebbero senz’altro occuparsi a tempo pieno, piuttosto che lavorare come operaie in una catena di montaggio. E il loro lavoro, proprio come quello degli uomini, è davvero considerato semplice merce, di quella che si pretende di pagare sempre meno e sfruttare sempre di più, in barba a qualsiasi conquista sindacale del passato.

Vertenza sindacale, dunque, per la MaVib che, come ha precisato la Fiom, «Per fronteggiare un calo produttivo ha deciso prima di mettere in cassa integrazione per brevi periodi (senza accordo sindacale) le operaie (solo le donne) e, oggi, di annunciare il licenziamento tra i 10 e i 13 lavoratori scegliendoli rigorosamente di sesso femminile». Una discriminazione che è solo un episodio: le donne sul lavoro sono spesso sottoposte a umiliazioni di ogni genere, tra cui le tristemente note “dimissioni in bianco”, una pratica illegale che prevede la firma di dimissioni senza data al momento dell’assunzione, al fine di poter procedere al licenziamento in tronco nel caso, ad esempio, di una maternità.

Grazie a Dio almeno la nostra Costituzione, una delle poche cose che il mondo ci può invidiare, vieta tassativamente la discriminazione di genere, come anche lo Statuto dei Lavoratori. Peccato che in quest’ultimo non ci sia l’obbligo di solidarietà tra dipendenti, e che gli operai reintegrati non si siano schierati a favore delle donne ma siano rientrati tranquillamente al lavoro, come nulla fosse. D’altra parte, il mondo del lavoro è sempre più simile a una giungla: vige la legge del più forte, a tutti i livelli.

 

Sara Santolini

 

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