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Concorso vinto, niente posto

Un fenomeno inquietante, specie in una fase come quella attuale di fortissima disoccupazione e di lavoro precario e sottopagato: in molti casi gli enti pubblici non assumono il personale che essi stessi hanno selezionato, con uno sperpero di denaro che si somma alla frustrazione di chi era certo di aver finalmente trovato l’agognata sistemazione

di Sara Santolini 

In Italia il mito del pubblico impiego, modesto ma sicuro, non ha mai smesso di essere un traguardo agognato da tantissimi cittadini. E a maggior ragione lo è oggi per le legioni di precari e disoccupati, nonché per chiunque sia semplicemente alla ricerca di un lavoro stabile. Proprio per questo continuano a essere in molti, anzi in moltissimi, quelli che rispondono ai concorsi pubblici indetti da ogni sorta di enti. Per chi riesce a vincerli la prospettiva è firmare un contratto a tempo indeterminato con lo Stato. Che, insomma, significa ferie, malattia, maternità e tutti i diritti lavorativi rispettati, almeno in teoria. 

Senza parlare dei problemi più comuni del pubblico impiego, dei concorsi truccati, di amici e parenti di politici e amministratori pubblici sistemati in posti di lavoro di favore, c’è da chiedersi cosa succede se, anche in una situazione di gestione legittima, lo Stato non ha più i soldi per pagare. Se, come sta avvenendo ora, deve dichiarare un esubero di 300 mila posti, da eliminare di qui al 2013.

Che le nostre finanze barcollino di fronte alla crisi economica, e non solo, non è un segreto. Esattamente come non lo è l'inefficienza delle misure da sempre adottate in questo Paese per far fronte non solo alle difficoltà straordinarie ma anche agli oneri connessi al normale esercizio. Non solo perché i privilegi delle caste, politiche ed economiche, delle corporazioni e delle lobby di potere, non vengono mai modificati, se non al rialzo. Anche perché non esiste alcuna razionalizzazione degli interventi e delle azioni della macchina pubblica. 

Un esempio su tutti: i concorsi pubblici, appunto. Il paradosso è che alla diminuzione dei posti di lavoro nel pubblico impiego non è corrisposta finora una sospensione dei relativi concorsi che, allo stato attuale delle cose, non sono altro che una fabbrica di ricorsi. Il tutto al costo di tre miliardi di euro l’anno tra commissioni, società esterne di consulenza e affitti per le sedi d’esame. Senza contare gli oneri, personali oltre che economici, sostenuti da chi vi partecipa.

Secondo la CGIL tra vincitori di concorsi e idonei al servizio nella pubblica amministrazione ad oggi saremmo a quota 100 mila. Un numero accumulato negli ultimi dieci anni, un lasso di tempo che non permette di giustificare le mancate assunzioni con la politica di tagli e riduzione del personale che sia sopravvenuta successivamente all’indizione dei concorsi stessi. In ogni caso ai bandi non sarebbe seguita alcuna assunzione a causa del blocco del turnover, ossia del rimpiazzo del personale che esce dal mondo del lavoro con l’assunzione di nuovi lavoratori. 

Il problema, oltre che personale per chi è coinvolto nella questione, è generale. Non solo perché vengono sperperate risorse nell’organizzazione di concorsi pubblici praticamente inutili, ma anche e soprattutto perché quei 70 mila italiani che hanno superato le prove hanno il diritto di essere assunti. Magari con un contratto a progetto o part time, magari a seguito di ricorsi al Tar e estenuanti lotte di Comitati ad hoc, ma comunque vanno integrati nella macchina pubblica. Che avrebbe in ogni caso bisogno di una completa razionalizzazione dei costi e dei meccanismi di comunicazione al suo interno, ovvero di una rivoluzione senza precedenti. 

Non si deve dimenticare, infatti, che siamo in un Paese dove anche il personale meno specializzato, se ha vinto un concorso per un certo ente pubblico, non ha alcuna possibilità di venire assunto da un altro che stia cercando figure professionali equivalenti. Un Paese in cui in Parlamento bisogna ancora discutere se si debba o meno porre l’obbligo per le amministrazioni di assumere i vincitori dei concorsi precedenti, prima di indire un nuovo bando. Che spesso serve solo a moltiplicare le procedure, i costi e, come dimostra l’esperienza, il rischio di abusi imperniati sull’inveterato ricorso alle raccomandazioni di stampo clientelare.

 

Sara Santolini

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