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Censis: internet superstar

Non smette di crescere il numero di persone che si informa attraverso la Rete, a scapito della tv e della carta stampata. Un cambiamento che non sempre è utilizzato nella maniera migliore ma che è comunque essenziale per sfuggire dalla manipolazione dei grandi media. E che, inoltre, sta ridisegnando il mercato pubblicitario  

di Davide Stasi

Che la Rete e internet siano entrati a gamba tesa nel mondo dell’informazione planetaria è cosa ormai assodata. Ne è prova la preoccupazione crescente di pubblicitari e concessionarie di pubblicità, sempre più angosciati dalla svalutazione a cui sono andati incontro i principali veicoli della loro propaganda commerciale, televisione e carta stampata. Periodicamente le rilevazioni confermano questo trend, e anche quest’anno i dati Censis recitano il requiem dei media tradizionali.

La rivoluzione informatica degli anni ’90 comincia a dare frutti intorno alla metà del decennio successivo. La graduale emorragia comincia proprio dalla TV: dal suo monopolio informativo esclusivo, nei primi anni del 2000, fugge quasi la metà degli utenti, rifugiandosi in parte nella carta stampata (quasi il 43%) e in parte su internet (il 29%). Dal 2006 ad oggi la china si fa poi più ripida, e il numero di persone che acquisiscono dimestichezza con l’informazione veicolata dalla Rete schizza al 48%. A farne le spese in questa seconda fase è la carta stampata, che perde una valanga di utenti.

Con fatica e con grave ritardo rispetto ad altri paesi del mondo, dunque, l’Italia sembra finalmente avviata a superare il digital divide. E sembra riuscirci nonostante tutte le zeppe e gli ostacoli frapposti per anni allo sviluppo dell’informazione telematica, vedi la rallentata diffusione della banda larga, da una classe dirigente al servizio di un tycoon semi-monopolista dell’informazione su carta e televisiva. Che su quel suo quasi-monopolio ha costruito anche un potere politico, e dunque ha tutto da temere da un mezzo informativo fuori dal suo controllo, come è la Rete.

La composizione anagrafica di quel 48% che oggi in Italia si informa solo, o quasi esclusivamente, in Rete è eterogenea. Prevalgono i giovani e giovanissimi, seguiti dagli adulti, mentre è un 11% di anziani, percentuale comunque considerevole, ad accedere a internet per informarsi. È maggiore, anche se di poco, la componente maschile su quella femminile, mentre il divario tra le persone più istruite (66,7%) e quelle meno istruite (32,8%) è molto più netto. Rimane per tutti il denominatore comune della disaffezione alla carta stampata e alla televisione.

Va detto che il successo crescente della Rete è collegato sicuramente ai suoi innumerevoli pregi: anzitutto la possibilità per chiunque di partecipare al processo informativo, e poi la sua profonda natura omeostatica, grazie alla quale è facile che una notizia falsa o inesatta venga presto e sempre, o quasi, corretta dalla comunità virtuale.

Ma c’è anche un rovescio della medaglia che non va trascurato, almeno per il nostro paese: la graduale e inesorabile perdita di autorevolezza dei media tradizionali. Tutti, con pochissime eccezioni, asserviti a gruppi di interesse e complici nel sostenere un sistema di cui sono parte integrante. Dunque non è soltanto internet che ha vinto, ma sono anche i media tradizionali ad aver perso, lasciandosi ridurre al ruolo di mero veicolo di réclame, e finendo così per dipendere dagli introiti pubblicitari, oltre che da sostanziosi e ingiustificati contributi pubblici. 

Il Web, che non va comunque mitizzato e il cui utilizzo richiede una consolidata alfabetizzazione, ha dunque anche l’implicito pregio di mettere in crisi un meccanismo fondamentale del sistema economico tradizionale: l’invito martellante al consumo, ossia la pubblicità. Che cerca di ricollocarsi in Rete, dove però perde istantaneamente gran parte del proprio potere persuasivo. Su internet il navigatore dribbla facilmente le réclame con i loro trucchetti per attirare l’attenzione o per rubare qualche click, anche quando si tratta di pubblicità “intelligente”, come quella su Facebook. Per questo un’inserzione sul web, oltre a rischiare di ottenere un effetto contrario al proprio scopo, costa un terzo di un’inserzione sul giornale. Ossia costa il giusto.

Costa cioè quanto deve costare un elemento di disturbo. Di conseguenza, se è vero che nel prezzo dei beni che acquistiamo è sempre compresa una quota a copertura degli investimenti promozionali, anche il prodotto pubblicizzato dovrebbe costare proporzionalmente meno. Non fa una piega. Si chiama sgonfiamento della bolla commerciale. Un passo indietro a cui sarà costretto questo sistema cieco, cinico e ingordo, quando l’informazione veicolata in Rete prevarrà in modo netto su tutte le altre. Questione di un paio di generazioni. Basta attendere con pazienza.

Davide Stasi

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