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L’Italia in vendita

Il governo sfrutta la crisi e prepara una lunga serie di privatizzazioni, dalle municipalizzate alle aziende di Stato. In nome di un miglioramento momentaneo, che ci viene imposto dalla finanza internazionale, si perderanno definitivamente parti importanti del nostro patrimonio. Proprio come accadde, tra l’altro, con Telecom e Autostrade  

di Sara Santolini

Come sottolineato ieri dall’articolo di Federico Zamboni l’atmosfera di “emergenza” creata dall’attacco speculativo ai mercati, che del resto era facilmente prevedibile e che in quanto tale non rappresenta molto più di un segnale tangibile della gravità della situazione economica italiana, ha fornito alla politica la scusa per procedere a quelle privatizzazioni e liberalizzazioni che erano già nelle intenzioni del governo. 

Nella prossima manovra, in piena espansione proprio alla luce dell'attacco speculativo ai titoli di Stato italiani dei giorni scorsi, l’accelerazione in questo senso è esplicita. E persino rivendicata con malcelato compiacimento. Come ha sottolineato Gasparri, capogruppo PdL al Senato, lo scopo è quello di «dare un segnale ai mercati». Un segnale dalle pesantissime ricadute: si tratterà di vendere in tutto o in parte le aziende pubbliche, di Stato e municipalizzate, e di liberalizzare attività d’impresa e professioni, nel solito presupposto – falso – di aumentare il tasso di concorrenza a vantaggio dei consumatori.

Per quanto riguarda le liberalizzazioni, in particolare, esse riguarderanno tutti i settori che non saranno espressamente esclusi entro i prossimi sei mesi. Sul fronte delle privatizzazioni, invece, si lascerà che, analogamente all’innalzamento delle tasse da parte delle Regioni, siano i Comuni a maneggiare buona parte delle patate bollenti: all'interno del famigerato “patto di stabilità”, che vincola i bilanci degli Enti Locali e che ne condiziona i rapporti finanziari con lo Stato, verranno inseriti premi o penalità fiscali per i Municipi che decideranno di vendere o meno i loro beni. 

Voci di corridoio parlano inoltre di collocamento sul mercato di quote di Eni, Enel e Finmeccanica, al fine dichiarato di ottenere liquidità per il risanamento del debito erariale. Sul Sole 24 Ore Perotti e Zingales hanno scritto che dalle privatizzazioni delle maggiori aziende statali (tra cui Eni, Enel, Poste, Ferrovie, Finmeccanica, Fintecna, Cassa depositi e prestiti, Rai)  lo Stato potrebbe ricavare 140 miliardi con un risparmio di circa 5 miliardi di interessi l’anno. Per di più, a sentir loro, l’operazione non solo ridurrebbe l’esborso sui titoli pubblici ma «toglierebbe il terreno sotto i piedi al clientelismo, alla inefficienza e alla corruzione». Una visione molto ottimistica che in buona parte non considera però la natura e la diffusione di tali fenomeni nel mondo della politica e dell’economia in Italia.

È passato appena un mese dal referendum che, tra le altre cose, ha bocciato la privatizzazione della gestione dell’acqua. Le motivazioni, oltre che economiche, erano strutturali: in questo Paese privatizzare ha sempre significato vendere a basso prezzo a un colosso italiano e/o straniero un monopolio di Stato concedendogli di lucrare a tutto spiano, e senza di fatto investire in miglioramento, semplificazione e efficienza dei servizi, a discapito dei cittadini tutti, sia quelli che semplicemente usufruiscono dei servizi privatizzati sia quelli che invece lavoravano all’interno della preesistente società pubblica. Vedi il caso dell’acqua, fino a prima del referendum, e quello tuttora in corso delle autostrade, a cominciare dal gruppo Benetton.

Eppure, le proposte per far fronte all’emergenza dei mercati finanziari in Italia sono sempre le stesse. La prima ondata di privatizzazioni l’abbiamo avuta nel 1992, durante governo Amato, e ha interessato importanti aziende italiane tra cui Eni, Telecom Italia, Enel, Credito Italiano. Ma l’annunciata risoluzione di tutti i mali non è arrivata nemmeno allora. Chi crede alla privatizzazione come toccasana delle difficoltà economiche dello Stato spiega quel fallimento con la mancanza di una vera strategia e del coraggio necessario per renderla effettiva ed efficace - e in effetti ad esempio vennero create le fondazioni bancarie per difendere le banche italiane dai rischi del mercato.

Chi invece non ci crede utilizza questo esempio come prova della loro inefficacia, almeno in Italia. Non bisogna dimenticare che con la prima ondata di privatizzazioni vennero cedute quote di aziende statali a prezzi inferiori a quelli di mercato, lasciando che le azioni finissero in mano estera. Il rammarico per quest’ultimo aspetto non è legato al sentimentalismo o al nazionalismo spiccio ma piuttosto alla necessità di difendere i settori strategici della nostra economia dal controllo straniero. 

È quello che, invece e in maniera molto evidente, sta succedendo in questi  giorni in Bielorussia dove il governo sta trattando con gli investitori russi la privatizzazione delle più importanti compagnie del Paese. È chiaro che qui, anche considerando quest’ultimo un caso limite per tutta una serie di motivi storici, politici ed economici, gli acquirenti sono imprese statali o direttamente sotto controllo del governo russo: il quale, una volta perfezionato l’acquisto, potrà controllare i gangli vitali dell’economia della Bielorussia, decidendo liberamente del suo destino.

Sara Santolini

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