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Tokio: nucleare addio

Clamoroso annuncio del premier giapponese, che finalmente riconosce la necessità di «lavorare a una società che non dipenda più dall’energia nucleare». Una svolta che può essere condizionata da ragioni politiche, visto che dopo il disastro di Fukushima il consenso per il governo è crollato, ma che è talmente netta da sembrare definitiva

di Davide Stasi 

Un boato di giubilo è esploso nel mondo degli ambientalisti e degli antinuclearisti alla diffusione dell’annuncio del primo ministro giapponese Naoto Kan: «il Giappone avrà un futuro senza nucleare». C’è voluto un incidente colossale e tre quarti di paese con le centrali bloccate a causa di un terremoto per portare il governo nipponico a questa decisione epocale, ma alla fine il dado è tratto, apparentemente.

Naoto Kan appare in TV, due giorni fa, e gela il sangue nelle vene degli industriali e delle lobby dell’atomo, giapponesi e non. «Il Giappone deve ridurre la dipendenza dall’energia nucleare», scandisce. Aggiungendo poi: «tenuto conto della gravità dei rischi legati alla generazione dal nucleare, ho realizzato che la tecnologia non è qualcosa che possa essere gestita soltanto con misure di sicurezza convenzionali. Dovremmo lavorare a una società che non dipenda più dall’energia nucleare».

Il primo ministro ha tenuto a rassicurare che, nonostante i 35 reattori fermi, sui complessivi 54, il paese non è e non sarà in emergenza energetica. Non solo, Kan apre le porte a una non più procrastinabile “rivoluzione energetica”, che porti il paese all’autosufficienza attraverso un attento e mirato mix di energie rinnovabili. E per rafforzare il suo nuovo posizionamento sul tema ha annunciato che verranno effettuati stress-test a sorpresa presso tutte le centrali nucleari, suscitando le ire della Confindustria giapponese. Che come buona parte delle confindustrie del mondo non deve avere, vista la reazione, la coscienza granché pulita.

La decisione di Kan sembra improntata alla massima determinazione. Ne è prova ulteriore il fatto che, per sua decisione, ancora non viene dato il via libera alla riaccensione dei reattori bloccati dal giorno del terremoto. Eppure non mancano le zone d’ombra. Ad esempio, a differenza della Germania, che ha stabilito date e roadmap per l’abbandono dell’atomo, il Giappone non rilascia stime rispetto al periodo necessario per lo sganciamento dal nucleare. Ancor meno chiarezza si ha rispetto al futuro passaggio alle rinnovabili, che viene citato senza il supporto di uno straccio di piano strategico.

A gettare un’ombra sull’annuncio di Naoto Kan è anche il contesto politico complessivo. Il primo ministro è precipitato nei consensi. Comprensibilmente: la sua gestione della crisi, quasi completamente schiacciata sulle posizioni del gestore di Fukushima, la famigerata TEPCO, è stata disastrosa, omertosa e intempestiva. E mentre ancora a decine di migliaia vagano tra strutture d’emergenza, il premier è stato pizzicato a pasteggiare in tre ristoranti diversi in una stessa sera, attirando su di sé le ire di un giornale dell’opposizione.

Kan di fatto è politicamente spacciato, sia come primo ministro che come leader del partito democratico giapponese, che ha raggiunto il governo dopo un lungo purgatorio all’opposizione, e nel quale è presente una corrente molto forte avversa al proprio attuale leader. Proprio da quella provengono le più aspre critiche rispetto alla sua sicura incapacità nel gestire una transizione energetica, alla luce della «grande confusione» con cui ha gestito la crisi di Fukushima. A Kan non resta quindi che il tutto per tutto: puntare a un giro elettorale basato su un tema-chiave, appunto l’uscita dal nucleare. Una mossa da kamikaze che gli scatenerebbe contro lobby e industria, ma che potrebbe anche avere esiti sorprendenti.

Intanto le dichiarazioni di Kan hanno subito suscitato un dibattito molto vivo proprio rispetto ai processi legati a una rivoluzione energetica. Ipotizzare un passaggio graduale dal nucleare alle rinnovabili in Giappone sembra pressoché impossibile ad alcuni, del tutto fattibile ad altri. A supporto delle opinioni dei possibilisti ci sono le continue implementazioni che, sperimentazione dopo sperimentazione, stanno mettendo il turbo nella competitività delle rinnovabili, a cui infatti un numero crescente di paesi si sta affidando. Solo qualche giorno fa, ad esempio, la Spagna ha installato presso la sua costa atlantica il suo primo impianto di produzione energetica dal mare, mentre ad Amburgo è partito un primo test di teleriscaldamento urbano da solare termico.

In ogni caso, il pronunciamento di Naoto Kan, sincero o frutto di un calcolo politico che sia, ha spezzato un ulteriore tabù, segnando una tappa ulteriore nel processo di decomposizione, finalmente palese, di una fonte di energia morta già da molto tempo.

 

Davide Stasi

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