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Un solo grido: «Che l’inse?»

La Manovra colpisce i soliti noti, dalla classe media in giù, e i cittadini mostrano qualche segno di insofferenza. Ma è ancora troppo poco: anche perché gli scontenti continuano a subordinare un’eventuale rivolta all’iniziativa di qualcun altro. Vuoi quell’opposizione parlamentare che non c’è, vuoi il solito e fantomatico “Uomo della Provvidenza”

di Davide Stasi

Da oggi la manovra finanziaria della coesione nazionale entra in vigore. Ingoiata, digerita e defecata sulla testa degli italiani senza colpo ferire, grazie alla connivenza di tutto l’arco parlamentare, la legge finanziaria ora va incontro alle diverse letture e interpretazioni da parte dei media, a seconda del loro schieramento o dei pupari che ne tirano le fila. Ad esempio, Il Sole 24 Ore, coerentemente con l’abitudine dei suoi padroni, lamenta che «a pagare un conto salato saranno le imprese», e che «per il rilancio del sistema produttivo e la competitività del paese c'è poco o nulla». Questo per qualche tassa in più e per qualche taglio a quei contributi pubblici a babbo morto che da sempre dopano l’industria nostrana.

Certo anche le imprese patiranno la stretta decisa in finanziaria, che però, sia nella sua impostazione di principio che nel merito, concentra palesemente le sue attenzioni sulla seconda e terza classe, usando più di un riguardo per chi viaggia in prima. Anzitutto le tempistiche: con le vacche magre si impongono sacrifici immediati alle fasce medie e medio-basse dei cittadini, procrastinando quelli veri per le fasce più abbienti. Hai visto mai che mentre la plebe fa la fame, la situazione non migliori e ci sia modo di dribblare il giro di vite?

Dunque il percorso è chiaro: dopo il flop scandaloso dell’abolizione delle province, che ha messo a nudo la reale trasversalità del sistema, lo spettacolo indegno si ripete. Al momento, la casta si priva simbolicamente di qualche spicciolo. I capitoli fondamentali, quella ricchissima greppia dove pochi settori mangiano fino all’obesità, restano intoccati: rimborsi elettorali, contributi all’editoria, costi della politica, costi degli impegni bellici, restano sostanzialmente come sono, per un ammontare complessivo da far impallidire.

Basterebbe qualche taglio mirato in quegli ambiti per raccogliere risorse tali da permettere di non imporre ai cittadini sacrifici che potrebbero essere in molti casi letali. Sì, perché i provvedimenti che colpiscono la più ampia fascia di italiani sono miratissimi e devastanti, vanno a colpire quei servizi su cui più direttamente si basa la qualità della vita delle persone. A partire dalla sanità: da oggi fare un semplice emocromo costerà 14 euro circa, contro i 4 di qualche giorno fa, e così per ogni altro esame medico, che costerà 10 euro in più. Le puerpere, gli anziani e i genitori di bambini piccoli dovranno darsi alle rapine per permettersi la diagnostica.

E così in tanti altri comparti: trasporti, carburanti, casa, pensioni, servizi sociali. Il tutto mentre l’ISTAT aggiorna i dati sulla povertà, avvertendo che una famiglia su cinque è, di fatto, povera o sull’orlo del baratro. I recenti provvedimenti finanziari giungeranno a modificare in peggio questo dato, se è vero, come riporta il Corriere, che come conseguenza in media una famiglia patirà uscite di 1.000 euro in più all’anno. Questo è il primo tributo che le fasce più deboli, ossia la maggioranza assoluta, pagherà al sistema e al suo tentativo di restare integro di fronte agli attacchi speculativi.

L’occhio impaurito va ai mercati. Oggi sarà cruciale vedere come reagiranno le Borse, e se gli speculatori si daranno da fare, manovra o no, incardinando la loro azione parassitaria sul debito pubblico italiano, che intanto sfonda ogni record. Ma anche sulla mancanza di una guida reale, in un paese dove la classe politica è in totale degrado. Guidata da un ometto preoccupato solo dei propri processi, inguaiata in ogni sorta di malaffare mafioso o affaristico, dove chi potrebbe concretamente dare una svolta, come la Lega, si perde in giochetti strategici per compiacere la base, come il voto sull’arresto di Papa che, c’è da scommetterci, se passerà, resterà un’eccezione.

E in tutto questo i cittadini dove sono? Non si sa. Lo strattone verso il baratro alla fine è arrivato. Intere porzioni di società da oggi in poi saranno spinte verso le più infauste statistiche ISTAT. Eppure gli italiani se ne stanno zitti, percossi e attoniti. E nervosi. Nei mercati esercenti e clienti cominciano a litigare con sempre maggiore frequenza. Sui tram i borbottii si fanno sempre più alti. Qualcosa ribolle, ma niente che faccia saltare il coperchio. E ci si chiede allora: che cos’altro serve?

A domanda ci si sente rispondere: un’opposizione vera, che ci porti in piazza. Il vizio storico dell’italiano che aspetta che siano altri a prendere l’iniziativa, magari proprio quegli “altri” che più sono complici del sistema. Seconda versione: ci vorrebbe qualcuno che faccia scoccare la scintilla. Il Giovanni Battista Perasso del nuovo millennio. Qualcuno che riesca a gridare di nuovo un “che l’inse?” talmente forte da risvegliare gli italiani dal torpore televisivo, dall’incredulità, dalla paura, dalla passività. L’altro vizio degli italiani: attendere l’uomo della provvidenza. Quando la soluzione sarebbe lì, semplice semplice: urlarlo forte, tutti insieme, senza distinzioni, ad una voce sola.

 

Davide Stasi

Il blog che sputtana la Casta

I suggerimenti pelosi e non richiesti per uscire dalla crisi