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Il falso mito dei conti “in ordine”

Prima l’enorme ammontare della Manovra è stato giustificato in nome dell’esigenza di raggiungere il pareggio di bilancio e fermare così la speculazione. Poi, ieri, il nuovo crollo della Borsa è stato accolto con meraviglia, come se fosse logico aspettarsi il contrario. Come se “i mercati” fossero giudici equanimi, anziché il regno della speculazione e dell’arbitrio 

di Federico Zamboni 

Ohibò: la Super Manovra italiana non ha incantato nessuno e a Milano la nuova settimana di Borsa si è aperta, all’incirca, nel segno delle stesse turbolenze che l’avevano sbatacchiata negli ultimi 7-10 giorni. In un quadro europeo di generale debolezza, che ha visto tutti i listini in perdita, Piazza Affari ha segnato la performance di gran lunga peggiore, con perdite nell’ordine del 3 per cento. Che si spingono ben oltre nel caso dei titoli bancari, tra Mps che arriva al 7,22, Banco Popolare al 6,67, Intesa Sanpaolo al 6,51 e Unicredit al 6,36.

Valerio Lo Monaco ne ha già parlato ieri nel suo commento a caldo, analizzandone sinteticamente, ma puntualmente, le implicazioni nel breve e nel lungo periodo. Oggi, però, può valere la pena di aggiungere una riflessione specifica sulla manipolazione insita nel modo in cui l’accaduto è stato presentato dai media. Con un approccio, nel segno della sorpresa, che per un verso è solo il consueto paravento dietro cui nascondere i vizi intrinseci dell’establishment nazionale, ma che per l’altro è funzionale a diffondere, e consolidare, l’ennesima mistificazione sul funzionamento della finanzia internazionale. Più o meno tra le righe, infatti, il messaggio che viene instillato è che i mercati non fanno altro che prendere atto della situazione effettiva delle finanze pubbliche, in base a valutazioni che tendenzialmente sono obiettive. Magari errate, in ultima istanza, ma pur sempre imparziali. E legate, magari, alla maggiore o minore capacità di un determinato Paese di dare di sé un’immagine convincente. Ovverosia rassicurante.

Insomma: la colpa è sempre di chi viene giudicato, e mai di chi giudica. Non basta che certe misure siano state prese e che, di per se stesse, siano in grado di ridurre significativamente il “rischio sovrano”, vale a dire l’eventualità che i debiti contratti dallo Stato non siano onorati in tutto o in parte. Quello che si richiede (quello che si esige) è che l’impressione che si trasmette sia all’altezza delle aspettative. E non solo nell’immediato ma anche nell’avvenire, quanto più lungo possibile.

Una prospettiva in cui i succitati “mercati” si pongono sì come una specie di divinità ipersensibile e spietata, che non fa sconti a nessuno per il semplice e inderogabile motivo che la ricerca del profitto esclude a priori qualsiasi forma di benevolenza, ma che al fondo poggerebbe pur sempre su un architrave di residua e sostanziale correttezza. Per esempio: siccome la Germania è solida, e si mostra tale, questa sua forza viene riconosciuta dagli operatori professionisti – appunto perché professionisti – e tutto quanto fila liscio, a meno di un malaugurato e  coinvolgimento dell’economia tedesca nel gorgo maligno, e forse fatale, della crescente debolezza dell’euro.

Ma la mistificazione peggiore è proprio questa. È nel far credere che “i mercati” siano intenzionati a prendere atto delle situazioni di stabilità e a premiarle, vuoi supportandole con nuovi investimenti, vuoi astenendosi da turbative esterne.

La verità è diametralmente opposta: “i mercati” sono mossi proprio dall’interesse, inesauribile, a modificare i valori di scambio dei titoli (ivi inclusi quelli relativi alle merci, come nella folle dinamica dei futures) allo scopo di lucrare sulle differenze che si determinano. Inoltre, per quanto riguarda il debito pubblico, hanno tutto da guadagnare dall’innescarsi di circoli viziosi che enfatizzino il rischio e spingano i tassi verso l’alto. Consci che le nazioni sono ormai talmente indebitate da essere costrette a ricorrere a sempre nuove emissioni allo scopo di rifinanziarsi – o, piuttosto, di rifinanziare i propri creditori – gli investitori soffiano sul fuoco della crisi nell’intento di avvantaggiarsene. E se tutto questo minaccia di condurre al default, pazienza. Uno, sono convinti di governare comunque la deriva. Due, confidano di speculare anche sull’eventuale naufragio, non foss’altro grazie ai diktat politico-economici del Fondo Monetario Internazionale. Tre, sono semplicemente incapaci di fermarsi.

Psicopatici lucidi e organizzati, certo. Ma innanzitutto psicopatici.

 

Federico Zamboni

 


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