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La Lega è mobile

Sul caso Papa, e sull’autorizzazione al suo arresto, Bossi cambia idea a getto continuo. Una condotta ridicola e contraddittoria, all’insegna del peggior tatticisimo di democristiana memoria e agli antipodi dello spirito originario e delle parole d’ordine contro “Roma Ladrona”. A conferma del fatto che l’involuzione del partito è ormai completa  

di Davide Stasi

Fin dalla sua nascita, la Lega Nord suscita l’interesse scientifico di studiosi, accademici e politologi. Fior di analisti si rompono la testa da anni cercando di definire come forme innovative di linguaggio politico il florilegio di medi alzati, gesti dell’ombrello a favor di telecamera, pernacchie, rutti e peti che Bossi e i più raffinati tra i suoi reggipancia ci hanno somministrato nel corso degli anni. Eppure, gira gira, basta concentrarsi sugli ultimi dieci giorni della Lega, per rendersi conto che di innovativo non c’è più nulla. Anzi, siamo davanti a uno dei partiti più tatticisti, e dunque alla romana, della Seconda Repubblica.

Ne è prova il “caso Papa”. Sul magistrato, ormai ex, coinvolto nell’immondo groviglio della cosiddetta P4, pende una richiesta di arresto, e la sua vicenda è uno dei punti cardine della situazione politica attuale, insieme forse a quella che riguarda l’ex collaboratore di Tremonti, Marco Milanese. Berlusconi ha riconosciuto che se la Camera acconsentisse a spedirlo in galera, si creerebbe un «precedente pericoloso». E a chiarire che l’ipotesi non va scartata a priori è intervenuto anche Di Pietro, ventilando l’ipotesi di una nuova Tangentopoli.

Suo malgrado, quindi, l’esponente del PdL con la passione per gli orologi di, diciamo così, seconda mano, è diventato un simbolo, una sorta di linea del Piave per l’establishment nazionale. Se la linea reggerà o meno all’assalto dipende in larga parte proprio dalla Lega che quindi, in questo caso come in molti altri, ha un ruolo cruciale. Bossi lo sa, e negli ultimi giorni ha basato su questa posizione privilegiata un balletto che gli editorialisti nostrani hanno commentato con ammirazione, ma che è invece il segno più evidente di una Lega snaturata, sostanzialmente in vendita. La Giunta della Camera dei Deputati ha giocato a rimpiattino con la decisione sull’arresto di Papa, appunto in attesa che il Carroccio decidesse a chi darsi. E a ripercorrere la cronaca degli eventi sembra di assistere a una comica. Purtroppo, invece, sono le istituzioni della Repubblica.

Il 14 luglio Bossi sta sul vago, dice di essere favorevole all’arresto, ma non ha ancora dato direttive ai suoi. Il 15 in Giunta la Lega si astiene e l’autorizzazione passa, mandando su tutte le furie PdL e “responsabili”. Il giorno dopo il Senatùr tuona: «Papa? In galera!». Al buon Silvio si gela il sangue nelle vene, per cui lancia il monito sul “pericoloso precedente”. Il passaggio successivo è alla Camera, previsto per il 20 luglio. Sembra tutto deciso, ma Bossi il 16 ci ripensa: «non va bene mettere le manette prima del processo».

Il dietrofront non è definitivo. Il leader della Lega punta al triplo salto carpiato. Domenica 17 Bossi, senza nemmeno apparire in stato confusionale, dichiara: «penso che in aula la Lega voterà per l’arresto». Pare che a quel punto parta una raffica di telefonate atterrite da Arcore e quindi, oplà, ecco il miracolo democristiano che più democristiano non si può: «voteremo sì all'arresto, i giudici hanno diritto a indagare su di noi, ma nessuno deve essere messo in galera prima del processo». Ovvero? Ovvero, visto che in aula si vota “sì” o “no”, e non si può votare “sì però…”, la partita è ancora aperta.

Le ipotesi sui motivi alla base di questo grottesco tira e molla di Bossi si sprecano, sui media nazionali. Alcuni sostengono che c’entrino le divisioni correntizie interne, altri dicono che Bossi voglia tenere Berlusconi sulla graticola per ottenere i famigerati spostamenti ministeriali, altri ancora sono convinti che il tutto abbia a che fare con una forma di difesa del ministro Tremonti, ultimamente finito nel tritacarne politico-mediatico al servizio del Cavaliere.

Quale che sia il motivo, Bossi e la Lega hanno mostrato la loro piena “romanizzazione”. Un partito in vendita, si diceva. O quantomeno in affitto. Con l’indecisione se votare no e sottomettersi una volta di più, a Berlusconi e alla sua esigenza di riaffermare l’impunità della casta, o se votare sì e puntare a recuperare consenso elettorale, magari in vista di nuove elezioni e nuove alleanze. Un’apparente riedizione della classica antinomia “partito di lotta / partito di governo”. 

Magari. Sarebbe già qualcosa. La verità è invece che la Lega non è più da tempo un partito di lotta. E lo sa bene il suo elettorato che, nonostante le coreografie e la retorica, è arcistufo di vedere una leadership incerta o tatticista, e il proprio partito alleato della Casta e in trattativa perenne con una cricca impresentabile di faccendieri. Portando a casa risultati, quando va bene, solo figurativi.

 

Davide Stasi

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