Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Ue: no al Ponte sullo Stretto

Le perplessità erano già enormi e andavano dal rischio sismico al divario tra le spese di costruzione e i possibili introiti. Ma adesso è l’Unione Europea a mettere quella che probabilmente è la parola fine: l’opera non è ritenuta prioritaria e, perciò, non merita alcun finanziamento. Un dietrofront che in ogni caso ci costerà caro, a causa dei soldi già investiti e delle penali da pagare

di Sara Santolini

Il ponte sullo stretto di Messina non si farà. Principalmente per ragioni di soldi. 

L’Unione Europea, infatti, ha praticamente già deciso di non assegnare alcun contributo all’Italia per la costruzione del ponte, che al momento ha un preventivo di spesa di 6,3 miliardi. In parte lo stop comunitario dipende dai tagli delle risorse, che hanno provocato una diminuzione anche dei finanziamenti per la Tav Torino-Lione, in parte per un cambio di intenti della Commissione che ha spostato l’attenzione sull’asse Helsinki-Valletta per lo spostamento di uomini e merci, la cui gestione è tra l’altro più semplice e meno dispendiosa. 

Ma non finisce qui. Già la Corte dei Conti ha “invitato” il governo ad approfondire gli studi di fattibilità dell’opera, riconsiderando attentamente i risvolti economici: ben il 60 per cento dell’investimento per la sua costruzione era previsto rientrasse nelle casse statali attraverso il pagamento dei pedaggi dei veicoli privati. Ma non è detto che il volume di traffico sia sufficiente a coprire in tempi ragionevoli i costi sostenuti per la realizzazione del ponte.

Ancora, il Decreto Sviluppo ha stabilito che le cosiddette «opere compensative», quelle dovute ai Comuni e agli enti locali in cambio del loro assenso all’opera, non potranno superare il 2 per cento del costo complessivo. Il che riduce tali importi a un totale di circa 135 milioni di euro: pochissimi, considerato che si parla di interventi come stazioni ferroviarie, collegamenti autostradali, rete fognarie e via dicendo. Il dietrofront mette a rischio l’opera stessa, visto che gli enti locali potrebbero, in mancanza di un congruo tornaconto, decidere di mettersi di traverso e di non concedere più il loro avallo.

Eppure questo ponte, così tanto annunciato dal governo, a guardare i fatti non si farebbe nemmeno se improvvisamente l’Unione Europea decidesse di pagarlo in toto. Basti pensare che ancora non esiste un progetto definitivo, visto che il consiglio d’amministrazione della Società Stretto di Messina, la cordata guidata da Impregilo (la stessa multinazionale coinvolta tra l’altro nelle inchieste per l’emergenza rifiuti a Napoli e il crollo dell’Ospedale dell’Aquila durante il terremoto del 2009), l’ha ufficialmente sul tavolo da solo un paio di settimane. E una situazione analoga sussiste anche per le previste opere ferroviarie collaterali, tanto è vero che in mancanza di un progetto esecutivo l’Italfer di Messina, che si occupa di questo tipo di infrastrutture, ha dovuto chiudere e mandare a casa il personale. Senza nulla togliere alla gravità del problema della disoccupazione, c’è da dire che questo è il male minore.

Il ponte sullo stretto è stato da sempre osteggiato non solo dalle Associazioni ambientaliste, giustamente preoccupate per la quantità di territorio che si sarebbe dovuta sacrificare in quella che è una delle isole più belle del Mediterraneo, ma anche da fior fiore di geologi, assai dubbiosi sulla sicurezza a causa dell’estrema sismicità dell’area. Nonostante questo la politica, dai tempi di Bettino Craxi fino a quelli di Berlusconi, lo ha sempre usato come strumento di propaganda, magnificandolo come la novità epocale che avrebbe facilitato al massimo il collegamento tra l’isola e la terraferma e che, ancora prima di essere messo in funzione, avrebbe dispiegato i propri benefici creando moltissimi posti di lavoro al di qua e al di là dello Stretto. Zone depresse sensibilissime alle lusinghe di un rilancio dell’occupazione, ma alle quali sarebbe stato sottratto il patrimonio ambientale che da sempre le rende appetibili sul mercato del turismo. 

Tuttavia, anche se adesso pare proprio che il ponte non si farà, i grandiosi propositi del governo Berlusconi graveranno ugualmente sulle spalle dei contribuenti, almeno in termini strettamente economici. Molto meno rispetto al caso in cui si fosse andati fino in fondo, ma comunque non poco. Tra studi di fattibilità e progetti preliminari, infatti, l’opera fantasma è già costata 250 milioni di euro, e tra impegni già presi e penali per la mancata realizzazione altre centinaia di milioni di euro dovranno essere versati agli assegnatari dell’opera.

 

Sara Santolini

Cina: la lotta degli Uiguri

La nuova “porcata” di Calderoli