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L’Italia arma ancora Gheddafi?

Un’inquietante vicenda rivelata dal Guardian. Un ingente carico di materiale bellico –  tra cui 30 mila kalashnikov, 5 mila razzi katiuscia e 400 missili anticarro, oltre a una quantità impressionante di munizioni – che era custodito in Sardegna e che è stato spostato di soppiatto. E di cui non si riesce a sapere più niente, visto il silenzio di Palazzo Chigi

di Davide Stasi

Il “divorzio” tra il governo italiano e il colonnello Gheddafi pare non sia stato consumato fino in fondo. Per lo meno non sul versante delle forniture belliche. Com’è noto, il nostro paese, dopo varie resistenze, si è associato ai proditori bombardamenti sulla Libia, e si mostra apparentemente allineato alle direttive americane e francesi. Da più parti però si sospetta che, nella peggiore tradizione italiana, il governo stia facendo il doppio gioco, e i vecchi accordi col Rais continuino ad essere onorati. Un sospetto corroborato dallo stop dato dal governo a un’indagine relativa allo spostamento illegale di un massiccio quantitativo di armi da un deposito nel Mediterraneo alla Libia.

Si parla di 30 mila kalashnikov, 5 mila razzi katiuscia, 400 missili anticarro, 11 mila altri armamenti sempre di tipologia anticarro e una quantità impressionante di munizioni. Un arsenale datato, frutto di un sequestro effettuato nell’Adriatico da navi militari inglesi e italiane al tempo della guerra dei Balcani, negli anni ’90. Il cargo intercettato, individuato con l’aiuto dell’intelligence inglese e ucraina, era diretto al porto di Rijeka, in Croazia, e dichiarava di trasportare 47 container contenenti cotone egiziano. Invece, sorpresa, conteneva una quantità d’armi sufficiente a rifornire un esercito di medie dimensioni. Al sequestro seguì una sentenza della magistratura italiana, che decretò la distruzione del materiale confiscato.

Come spesso accade nel nostro paese, la decisione fu ignorata, e le armi vennero stoccate in un deposito nell’Isola di Santo Stefano, dove ha sede una base militare NATO. Lì sono rimaste fino a quando, secondo gli inquirenti, tra il 18 e il 20 maggio scorsi, sono state prelevate da alcune navi mercantili (si badi: mercantili, non militari) e trasportate sul continente. Da qui sarebbero state caricate su camion dell’esercito, dopo di che se ne sono perse le tracce. Che fine abbiano fatto era inizialmente un mistero, che ha attirato le attenzioni della magistratura. Poi pare sia diventato un segreto di Stato. Il che cambierebbe la prospettiva.

Se quello che emerge fosse vero, risulterebbe che lo spostamento dell’arsenale è avvenuto un mese dopo il voltafaccia di Berlusconi all’amico Muhammar. Un alleato di ferro fino all’inizio delle ostilità, a fronte delle quali il Presidente del Consiglio ha mostrato più di una riluttanza. Dopo di che, l’Italia è riuscita a coprirsi di ridicolo entrando in guerra, ma non troppo, insieme alla coalizione dei “volenterosi”. Il governo ha cercato di limitare l’intervento alla concessione di basi aeree, in piena violazione degli accordi erano ancora vigenti con la Libia, che infatti poco dopo Frattini si è precipitato a sospendere. Il 26 aprile una telefonata di Barack Obama mette sotto pressione il Cavaliere, che è così costretto a sciogliere il guinzaglio ai nostri velivoli da guerra, dando il via libera a bombardamenti tricolore su Tripoli e dintorni. Con buona pace dell’articolo 11 della Costituzione.

Poco dopo la magistratura di Tempio Pausania apre le indagini sulla scomparsa delle armi conservate nel deposito di Santo Stefano. Indagini che, secondo alcune gole profonde che hanno partecipato al trasferimento, sarebbero state subito bloccate da un ordine diretto del Presidente del Consiglio, che ha posto sulla vicenda il segreto di Stato. Di questo fatto, riportato tra l’altro dal quotidiano inglese Guardian, non si hanno in realtà né conferme né smentite da parte di Palazzo Chigi, e tanto meno dal pm titolare delle indagini, contattato senza successo sempre dal Guardian per avere dettagli e delucidazioni.

Il solito porto delle nebbie all’italiana, insomma, da cui la NATO si smarca platealmente, lasciando la patata bollente a chi sembra averne la diretta responsabilità. «è una questione che riguarda le autorità italiane, non la Nato», ha dichiarato Oana Lungescu, portavoce dell’Alleanza Atlantica. Dunque, se riguarda le autorità italiane, non resta che porre alcune semplici domande, ben sapendo che non ci saranno risposte né ora né mai: gentili Presidente del Consiglio, Ministro della Difesa e Ministro degli Esteri, è vero che è stato posto il segreto di Stato sulla vicenda, bloccando le indagini della magistratura di Tempio Pausania? Dov’è finita l’ingente partita di armi da guerra che fino a metà aprile era collocata a Santo Stefano? La strategia estera e di difesa del suo governo è univocamente schierata con la NATO contro il regime di Gheddafi, o è convintamente fedele alla tradizione doppiogiochista dell’Italia?

 

Davide Stasi

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