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Prima casa: ritorna l’Irpef

Tre anni fa Berlusconi ne aveva fatto una questione di principio, abolendo l’ICI sulle abitazioni non di lusso nel condivisibile presupposto che si trattasse di un «bene primario per ogni famiglia italiana». Oggi, invece, i bei discorsi sono dimenticati e si reintroduce la tassazione da parte dello Stato. Col rischio che anche i Comuni tornino a farsi avanti 

di Sara Santolini 

Non solo tagli ai servizi, agli stipendi e alle pensioni. Nella super manovra del governo (questo «miracolo» di coesione nazionale, come l’ha definita Napolitano) c’è anche un aumento della pressione fiscale. In parte dovuto all’autonomia – essenzialmente tributaria – degli enti locali che, a fronte della forte diminuzione dei fondi statali, dovranno prima o poi prelevare quelle somme dalle tasche dei contribuenti, volenti o nolenti. In parte a causa di un incremento delle tasse dirette e indirette dovute allo Stato.

L’ultima trovata, che dopo la strombazzatissima esenzione dall’ICI suona a dir poco beffarda, è il ripristino dell’Irpef sulla prima casa. Ultima in termini di tempo, ma di antichissima data per quanto riguarda la concezione su cui si basa: imporre alla stragrande maggioranza delle famiglie italiane, che nell’80 per cento dei casi sono proprietari della loro abitazione, un tributo al quale non si può sfuggire. E che – pur essendo qualificato formalmente come imposta sul reddito, a partire da quel valore meramente figurativo che è la rendita catastale – costituisce invece una vera e propria tassa patrimoniale. Tanto più odiosa perché lineare e, dunque, indiscriminata. A carico sia di chi gode di una situazione ancora solida, o addirittura agiata, sia di chi ha perso il lavoro e langue nella disoccupazione. 

A Tremonti & C., evidentemente, tutto questo non importa. Accettata la logica perversa del pareggio di bilancio a tappe forzate, il barile va raschiato fino in fondo e senza esitare. Salvo tutelare i privilegi della Casta e intervenire solo marginalmente sull’evasione. Dal 2013, quindi, il 20 per cento del valore della rendita catastale della prima casa, quella adibita ad abitazione, andrà sommato all’imponibile Irpef. 

Eppure – ripetiamolo – la prima casa non produce alcun reddito ma solo un beneficio per chi esercita il proprio diritto ad abitarla. Non bisogna dimenticare inoltre che un contribuente che sia proprietario della propria abitazione non è detto sia abbiente. Anzi, spesso fa parte della classe medio/bassa e paga un mutuo trentennale che ne riduce notevolmente il reddito. E a rigor di logica è quest’ultimo, il reddito che già si percepisce o il patrimonio che è atto a produrlo, che dovrebbe essere tassato, a fini redistributivi o comunque di interesse pubblico. Al solito, però, le questioni di opportunità e giustizia impallidiscono di fronte alla necessità di fare cassa: cosa che, con circa 24 milioni e 200 mila italiani coinvolti nell’operazione, non mancherà di avvenire.

Nel presentare la spiacevolissima novità, inoltre, si è parlato di venir meno di un’agevolazione fiscale. Ma è un modo capzioso di porre la questione. L’attuale deduzione totale della rendita catastale dell’abitazione non andrebbe infatti considerata una facilitazione, ovverosia un vantaggio che è stato benevolmente concesso per un certo tempo e che ora viene semplicemente rimosso, ma un irrinunciabile principio di civiltà fiscale. Un approccio che a chiacchiere non è, o meglio non “era”, estraneo nemmeno al premier, Silvio Berlusconi: il quale, appunto dopo aver cancellato nel 2008 l’ICI sulle prime case, aveva orgogliosamente dichiarato a favore di telecamera: «La casa è un bene primario per ogni famiglia italiana». E aveva poi aggiunto: «Abbiamo tolto l'Ici e non ci sarà nessun’altra imposizione», rassicurando l’elettorato che non ci sarebbe mai stata una reintroduzione dell'imposta comunale sugli immobili neanche sotto altre forme. Come peraltro quasi tutti, conti comunali alla mano, temevano. 

Passati appena tre anni, abbiamo visto come è andata a finire. E non è nemmeno detto che sia davvero finita qui. D’ora in avanti, infatti, cosa si risponderà ai Comuni che si lamentano di non avere le risorse necessarie per tirare avanti, e non già per lo sviluppo ma per la gestione ordinaria? Quando essi dovessero proporre di reintrodurre l’ICI, con che faccia il governo centrale potrà negare il suo consenso, replicando che è ingiusto tassare un «bene primario per ogni famiglia italiana»?

 

Sara Santolini

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