Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

E tanti ne uccide la fame

Somalia allo stremo, martirizzata dalla siccità e dai conflitti locali. Secondo l’ONU ci sono 10 milioni di persone che stanno lottando per la sopravvivenza. E, per salvarle, ci vorrebbero 160 milioni di dollari. Ma la soluzione non sta negli aiuti umanitari, continuando a fare finta che tutto sia la conseguenza di cause naturali e circostanze ineluttabili

di Davide Stasi

Tutti i media occidentali hanno palinsesti e agende informative occupate da poche notizie cruciali. Per lo meno considerate cruciali da chi le pubblica e, di conseguenza, per chi le legge. A tenere banco sono il caso delle intercettazioni inglesi, la crisi dell’euro, gli equilibrismi americani sull’orlo della bancarotta e, in subordine, la guerra in Libia. Altre cose accadono, però, e molto più gravi, la cui osservazione aiuta a portare gli eventi che ci toccano da vicino alla loro giusta proporzione. E un fatto di cui si parla poco o niente è che l’Africa orientale è vicina alla catastrofe umanitaria.

L’area compresa tra Somalia, Kenya ed Etiopia sta vivendo la seconda stagione consecutiva di siccità. Un evento devastante di origine naturale che va ad aggiungersi a un’instabilità politica endemica, legata ai conflitti tra tribù, ras locali e i vari “signori della guerra”. Secondo l’ONU, al momento 10 milioni di persone stanno lottando per la sopravvivenza. La scarsa agricoltura dell’area, imperniata su colture come fagioli e mais, è attualmente in ginocchio, così come la pastorizia e gli allevamenti. I governi locali sono troppo deboli o irresoluti per far fronte alla situazione, e gli appelli internazionali per gli aiuti cadono pressoché nel vuoto.

L’unico supporto è quello delle diverse agenzie umanitarie, il cui lavoro è sempre più ostacolato dai conflitti politici e militari. Oltre alla carestia e alla fame, la situazione sta diventando ingestibile per l’esodo di 1300 persone al giorno, per l’80% donne e bambini allo stremo, dalla Somalia ai campi profughi in Kenya. Le aree di accoglienza sono già al collasso. Eppure il governo di Nairobi, che pure ha aperto le porte ai somali in fuga, sembra riluttante ad aprire nuovi campi, e le tensioni tra la popolazione locale e i profughi crescono di giorno in giorno.

L’azione congiunta di carestia e conflitti sta prostrando popolazioni intere, e le due criticità finiscono per intrecciarsi, moltiplicando i loro effetti a livello parossistico: a mano a mano che si riducono le zone coltivabili o dove è possibile reperire delle fonti idriche, le tensioni tra clan e tribù aumentano, fino a sfociare in piccoli conflitti diffusi. La scarsità di generi alimentari, inoltre, ne aumenta i prezzi sul mercato locale. Tutto questo, sommandosi, determina un contesto potenzialmente catastrofico a livello umanitario.

La situazione siccità, poi, non sembra vicina a migliorare. Mentre l’area centrafricana è inondata di piogge alluvionali, con danni, vittime e raccolti devastati, la parte orientale dovrà attendere fino a ottobre, secondo i metereologi, per l’arrivo della stagione delle piogge. C’è tutto il tempo per una strage, insomma. Molti si interrogano sulle cause di un fenomeno così straordinario e prolungato, e la comunità scientifica è pressoché unanime nell’attribuire la responsabilità al cambiamento climatico di natura antropica, quindi al riscaldamento globale, i cui effetti e squilibri si stanno manifestando soprattutto in Africa.

La comunità internazionale, al momento, fa sostanzialmente orecchio da mercante davanti alle richieste di aiuti, stimati nell’immediato in 136 milioni di dollari. E mentre la situazione degenera di ora in ora, la Francia, presidente di turno del G8, ha convocato una riunione straordinaria della FAO per il 25 luglio, per capire se ci sono i margini per un’azione congiunta, quanto meno per la Somalia, attualmente la più colpita. Certo i paesi ricchi sono in altre faccende affaccendati, e se si sommano tutti gli elementi si ha davanti agli occhi tutta la responsabilità storica e attuale, nonché l’insostenibilità, del sistema occidentale e della sua economia.

In principio fu il colonialismo. Le radici dei guai sono lì. Ne è seguito un colonialismo strisciante, e l’Africa è diventata oggetto di sfere d’influenza, con governi fantoccio al servizio di questa o quella potenza e senza pietà verso le popolazioni, dilaniate da guerre e guerricciole locali. Poi si è aggiunta la predazione verso una terra ricca di materie prime e fonti energetiche, indispensabili ai paesi ricchi per mantenere il proprio stile di vita opulento fino all’obesità. E le cui esternalità tornano come un boomerang a colpire l’equilibrio ambientale. I primi a pagare oggi sono gli africani. E impressiona la visione d’insieme: là l’umanità si perde alla ricerca di una goccia d’acqua per sopravvivere. Qua si guarda spasmodicamente alle Borse, nel terrore di dover rinunciare improvvisamente al brandello di benessere conquistato. Sempre, ovviamente, a spese altrui.

 

Davide Stasi

Crac San Raffaele: la farina del diavolo…

Crisi: Grecia e riunione Eurogruppo. Ridicola