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Legge omofobia: senza conoscere la Costituzione

Ondate emozionali al posto del diritto. Alcuni politici di professione tentano in ogni modo di legittimarsi con delle battaglie - talvolta giuste - affrontate in modo ridicolo. Mentre le cose, in merito a questa delirante norma, sarebbero di una semplicità assoluta.

di Ferdinando Menconi

La legge sull’omofobia è inevitabilmente incostituzionale, almeno finché sarà presentata e strutturata in una maniera che privilegia la propaganda e gli interessi elettorali dei politici che di questa materia campano. Non vogliamo entrare nel dettaglio giuridico di formulazione della norma che ha permesso la pregiudiziale di incostituzionalità, ma cercare di analizzare in maniera serena cosa rende contrario al dettato dell’art.3, in particolare, della nostra Carta Costituzionale, l’impianto giuridico di questa contestata norma e quanto sarebbe facile raggiungere, senza violarlo, gli obiettivi che i promotori della legge dicono di voler raggiungere, anche se così si andrebbe a discapito della loro visibilità propagandistica.

Una premessa però è doverosa: almeno in teoria la nostra carta non permette siano ipotizzati reati di opinione e quindi una legge contro l’omofobia in quanto tale non sarebbe possibile poiché punirebbe lo stato di una persona, per quanto disdicevole lo si consideri, senza che questo si concretizzi in una azione illecita. Essere omofobo è, piaccia o no, uno stato della persona, così come lo è essere gay, e se non si concretizza in comportamenti omofobi non può essere punito. Si può, certamente, provare ad educare o convincere ma questo non è compito del Codice Penale. Va anche ammesso, però, che nel nostro ordinamento esistono leggi, come la “Mancino”, che varcano il limite del reato d’opinione, ma una legge contro l’omofobia violerebbe anche in questo caso l’art.3 che vuole tutti i cittadini uguali davanti alla legge, vietando, quindi, ogni discriminazione che in questo caso colpirebbe gli eterosessuali, i quali hanno diritto di essere tutelati al pari degli omosessuali.

Per quanto possa apparire difficile ipotizzare una discriminazione eterofoba, questa non è certo impossibile ed, anzi, spesso traspare in alcuni ambienti gay. Inoltre le tendenze sociali la rendono sempre meno improbabile. Andando, inoltre, a vedere oltre le mistificazioni propagandistiche e le confusioni da ondate emozionali: le legge si sostanzia, essenzialmente, nel prevedere aggravanti per aggressioni, che sono già reato severamente punito, a sfondo omofobico o dare rilevanza penale ad atti discriminatori sempre a sfondo omofobico.

Una prima discriminante sarebbe la palese illegittimità costituzionale se l’aggravante scattasse per lo stato della vittima: non avrebbe senso far scattare l’aggravante - sottolineiamo: l’aggravante - perché la vittima è gay anche se l’atto illecito è scattato per altri motivi. Perché se la vittima di un pestaggio avvenuto per, ipotizziamo, una lite per un parcheggio è gay deve aver maggior tutela di un etero, una donna o un vecchio? Tenendo anche presente che una donna e un vecchio sono facilmente riconoscibili e si potrebbe quindi forzare - sottolineiamo: forzare - una disposizione a loro favore, ma come si riconosce un gay? Non tutti i gay sono conformi alla visione comune, persino un capitano della nazionale gallese di Rugby ha fatto un impensabile coming out  (anche se nutriamo seri dubbi che chicchessia lo aggredirebbe per un lite da parcheggio salvo forse un pilone di quelli tosti). 

L’ipotesi di aggravante di reato può invece scattare se avviene perché la vittima è gay, ma se l’aggravante viene inserita per i soli gay la norma, per quanto ci si straccino le vesti, è in patente violazione dell’articolo 3 della Costituzione in qualto palesemente discriminatoria. Uscire da questa empasse, senza rinunciare agli obiettivi politici della legge, è maledettamente semplice: basterebbe impostare la normativa come “Legge contro le aggressioni o discriminazioni causate dalle preferenze sessuali della vittima”. Preferenze sessuali è un termine neutro e non discriminatorio che però, visto che in effetti sono più i gay ad essere vittime di violenza e discriminazione, va a tutelare gli omosessuali in maniera identica ad una legge contro l’omofobia.

Perché questo, quindi, non avviene e ci si ostina su una linea discriminatoria e perdente di fronte alle eccezioni pelose di certe parti politiche, e che non reggerebbe al vaglio della Corte Costituzionale? La risposta è semplice: gli alfieri di questa legge hanno una scranna assicurata finché le discriminazioni esisteranno,  essi hanno fatto dell’omosessualità una remunerativa professione e, anziché cercare soluzioni reali, preferiscono cavalcare o scatenare ondate emozionali, che sono molto più remunerative in termini politici e di visibilità. Come alcuni onorevoli deliri che sostenevano l’impellente necessità di adottare la legge soprattutto a seguito dei fatti di Oslo: finché il diritto dei gay ad essere cittadini come gli altri, né peggiori né migliori, sarà sostenuto da gente che usa queste demenziali motivazioni e cavalca ondate emozionali al posto del diritto, gli omosessuali avranno poche speranze di vedersi tutelati, anche se i loro portavoce fossero in buona fede, anzi a maggior ragione.

Ferdinando Menconi

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