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Risiko al Polo Nord

Sul cambiamento climatico e la gestione delle risorse naturali le posizioni sono ormai chiare. Gran parte degli scienziati ammette, e dimostra, che l’attività umana sta generando cambiamenti dalle conseguenze potenzialmente disastrose su un ecosistema che ha comunque dei limiti nella produzione di risorse. Di contro ci sono agglomerati di interessi che negano il cambiamento climatico anche oltre ogni evidenza scientifica, sostenendo che si può continuare a depredare il pianeta: perché da un lato la tecnica arriverà presto a rendere non più indispensabili dalle risorse naturali di cui stiamo abusando oggi, e dall’altro le risorse naturali potenzialmente utilizzabili sono infinite e quindi il modello di vita energivoro e iperconsumistico attuale è e deve rimanere intoccabile.

Ciò che ha deciso recentemente la Russia segue la scia di quest’ultima opinione, e consolida la posizione dei gruppi d’interesse convinti che la terra sia un luogo da saccheggiare senza alcuna remora, in nome dell’economia e degli utili che se ne possono trarre. Stavolta, però, l’obiettivo si colloca non più nella solita “area energetica”, quella arabica e mediorientale, ma nell’inospitale Polo Nord. Sotto i ghiacci artici, infatti, giace più di un quarto delle riserve di gas naturale e petrolio del mondo. Da qui la decisione di Mosca di collocare due brigate dell’esercito, pari ad alcune migliaia di uomini, con tanto di armamenti di ultima generazione, in zone come Murmansk o Arkangelsk. Aree da cui, secondo il Cremlino, parte il crinale sottomarino che collega il territorio russo direttamente al Polo Nord, il che farebbe di quasi tutto l’Artico una regione sotto la sovranità moscovita. Un’uguale argomentazione è stata usata da Norvegia, Svezia e Finlandia per rivendicare dei diritti su parte del Polo, dispiegando unità militari agli estremi settentrionali del proprio territorio.

Così si prepara l’assalto al circolo polare artico, restando intrappolati contemporaneamente dentro un circolo vizioso infernale. A generare il riscaldamento globale è proprio il consumo di quelle risorse di cui Russia e paesi scandinavi stanno andando a caccia, pronti quasi a farsi la guerra per esse. A causa del riscaldamento globale, intanto, i ghiacci del Polo Nord si sciolgono, aprendo nuove vie per i trasporti marittimi, disegnando nuove aree di pesca, ma soprattutto rendendo possibili le trivellazioni delle terre che rimangono scoperte. E per effetto delle trivellazioni si otterranno le risorse per continuare a surriscaldare il pianeta, fino alla catastrofe.

Ma questa pare una prospettiva trascurabile per i governi e i gruppi d’interesse che li guidano come marionette. Fino a fargli compiere atti grotteschi ma abbastanza simbolici da essere preoccupanti. Solo quattro anni fa Mosca inviò un sommergibile fino ai territori sommersi dell’Artico prospicienti il proprio territorio e fece piantare una bandiera russa in titanio sul suolo sottomarino, a indicarne il possesso legale. Ma oltre ai simboli ci sono gli investimenti, ben più concreti, come il porto da 33 miliardi di dollari all’anno che Putin ha annunciato di voler costruire sulla penisola di Yamal, presso la Russia artica. L’ex colonnello del KGB non ha fatto mancare carota e bastone verso i suoi principali competitori nella corsa alle risorse dell’estremo nord: «siamo sempre aperti al dialogo», ha detto. Salvo poi precisare: «ma siamo pronti a difendere in modo determinato e persistente i nostri interessi in quelle regioni». A buon intenditor… E chi deve ascoltare questi moniti sono soprattutto il Canada e la Danimarca, oltre ai paesi scandinavi, per i quali la presenza crescente di truppe russe nell’area artica comincia a diventare molto più che simbolica.

Al momento, stampa e incontri internazionali sono improntati alla massima distensione: in maggio è stato creato tra i paesi che si affacciano sul Polo Nord il “Consiglio Artico”, la cui finalità è quella di coordinarsi per attuare assieme eventuali missioni di recupero e salvataggio. Nelle prime riunioni il tema della sovranità sulle aree è stato diplomaticamente aggirato, mentre sullo sfondo la stampa russa specializzata in politica internazionale continua ad affermare la volontà di cooperazione ma anche la determinazione nella difesa degli interessi nazionali. 

La chiave di tutto, come sempre, sono le fonti di energia: il modello di vita e di consumo mondiale richiede un poderoso consumo di risorse, attuato a una velocità enormemente superiore rispetto alla capacità del pianeta di ricostituire le risorse stesse. Accaparrarsi territori ricchi di giacimenti significa avere il potere di garantire il mantenimento del folle stile di vita che tutti conosciamo. E che le grandi potenze si guardano bene dal ripensare, preferendo continuare a correre sulla strada di uno sfruttamento cieco e senza sbocco. O meglio, con uno sbocco catastrofico.

 

Davide Stasi 

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