Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

USA alla canna dello “shale” gas

Quando si parla di produzione di gas, si pensa d’istinto alla Russia e ai suoi colossi industriali. Quelli che, si dice, se chiudono i rubinetti, possono lasciare l’intera Europa al freddo. Ed effettivamente quella russa è una vera leadership in campo energetico, ma più limitata e soprattutto diversa rispetto alla vulgata più diffusa. Mosca detiene un sostanziale monopolio dell’estrazione e diffusione del gas naturale, quello intrappolato nel sottosuolo, che è relativamente facile da far fuoriuscire e distribuire. Ma non è l’unico tipo di gas esistente al mondo.

Negli Stati Uniti, ad esempio, da tempo va per la maggiore l’estrazione di quello che tecnicamente viene detto “shale gas”, ossia “gas scistoso”, un elemento racchiuso in rocce particolari, dette appunto scisti. Il gas viene estratto iniettando nelle rocce acqua ad altissima pressione mescolata a particolari composti chimici. Lo shale gas si differenzia dal gas naturale sia per le procedure laboriose con cui viene estratto, sia per gli alti costi, economici e ambientali, richiesti per ottenerlo.

Eppure sullo shale gas gli USA hanno inteso basare una sorta di rinascita del proprio comparto energetico, fallato dalla lunga agonia dell’industria nucleare. Un intendimento che negli ultimi due anni ha avuto successo, portando gli Stati Uniti al top della classifica mondiale dei paesi produttori di gas, a dispetto della Russia. Le stime sulla disponibilità di rocce scistose hanno indotto ad ampi ottimismi il mercato energetico, che di recente, però, ha ricevuto una doccia fredda dalla pubblicazione di nuove stime da parte dell’associazione federale dei geologi americani.

Il report dei geologi fa a pugni con le valutazioni e gli ottimismi dell’agenzia governativa per l’energia, che aveva stimato in 410 trilioni di metri cubi la presenza di rocce scistose utili per l’estrazione di gas. Secondo gli scienziati la cifra reale si aggirerebbe invece attorno agli 84 trilioni, l’80 per cento in meno. La discrepanza ha subito messo in discussione i metodi con cui le agenzie governative USA che si occupano in generale di economia, e in particolare di energia, calcolano le proprie stime. Inevitabile il sospetto che ci sia una tendenza patologica a gonfiare le cifre, per mostrare grandi muscoli al proprio interno e soprattutto all’esterno.

Cifre spropositate inducono fiducia, specie negli investitori, che ora si chiedono se non ci sia il rischio, nel medio-lungo periodo, di un brusco e brutto risveglio, sulla falsariga di ciò che è accaduto in altri settori “pompati” artificialmente, immobiliare in primis. Così ora l’agenzia per l’energia cerca di gestire l’imbarazzo: da un lato il suo direttore riafferma davanti al Congresso la correttezza delle proprie stime, mentre dall’altro alcuni operatori alle sue dipendenze ammettono candidamente: «quelli sono geologi, noi no. Dobbiamo prendere il loro modello e sostituirlo a quello che utilizziamo noi».

L’industria estrattiva americana ha comunque motivo di essere soddisfatta. Solo nel 2002 la stessa associazione di geologi aveva stimato in due miseri trilioni di metri cubi la disponibilità di rocce scistose lavorabili. In pochi anni le tecnologie di penetrazione del terreno sono avanzate a tal punto da rendere disponibile una maggiore quota di volumi sfruttabili. Gli 84 trilioni di metri cubi misurati dai geologi sono comunque una buona notizia per l’industria. Che agisce in modo cieco, da par suo: dove sa esserci possibilità di estrazione, va, trivella, inietta intrugli chimici, e con ciò che scaturisce pensa di poter, nel futuro, sostituire petrolio e carbone nella produzione di energia elettrica e carbone.

A incrinare questo quadro idilliaco sono intervenuti gli economisti, che sottolineano come tutte le stime sullo shale gas tendano a non prendere in considerazione i trend dei costi di estrazione e del prezzo del gas stesso. L’abbondanza a livello internazionale rende il gas una fonte energetica tutto sommato economica, mentre spremere rocce sempre più profonde e coriacee ha costi in progressivo aumento. Nella loro ottica tradizionalmente conservatrice, dunque, gli economisti dubitano fortemente che lo shale gas possa essere la fonte energetica del futuro, sostitutiva di petrolio e carbone, oltre che il vettore di una ripresa economica americana.

In tutto questo, non una parola si leva rispetto ai costi ambientali dell’estrazione di gas dalle rocce. Se già il gas naturale, quello russo per intenderci, non è un toccasana per l’ambiente, nel suo intero ciclo di utilizzo (dall’estrazione alla combustione), il bilancio energetico e ambientale dello shale gas, secondo i più recenti studi scientifici, è letale per l’ambiente ancora più di quello del carbone. Dati di fatto che negli USA non hanno peso, essendo l’equilibrio ambientale e la salute dei cittadini tutt’altro che delle priorità al cospetto del business.

 

Davide Stasi

Iraq: 28 morti in un attentato alla moschea

Già scelto il successore di Kan