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A Tokyo scendono in 60mila per protestare contro il nucleare. E il governo promette l’eolico

Anche i giapponesi iniziano a perdere la pazienza. Stanchi di sentire descrivere l’energia nucleare come l’unica possibilità per soddisfare le necessità di una potenza industriale come quella nipponica, in sessantamila sono scesi in piazza a Tokyo per chiedere al nuovo premier non solo più chiarezza sulle future politiche energetiche del Paese, ma un vero e proprio “Stop” all’atomo. 

Per le autorità giapponesi hanno invaso le strade della metropoli “solo” 20mila persone; secondo gli organizzatori, invece, ben 60 mila. Sta di fatto che quella che si è consumata nella capitale giapponese è stata la più grande mobilitazione avvenuta nel Paese del Sol levante dallo scorso 11 marzo, tragico giorno in cui terremoto e tsunami travolsero parte del Paese e, appunto, la centrale di Fukushima Daiichi. 

«Il governo deve dirci chiaramente quando ha intenzione di interrompere il consumo dell’energia nucleare», ha affermato alle televisioni Yasunari Fujimoto, leader della protesta: «In questo modo tutti noi potremmo lavorare seriamente all’uso delle energie rinnovabili».

Ebbene sì, anche il popolo nipponico, generalmente pacifico e ben disposto ad accettare regole e disciplina, si sta scaldando all’idea che l’incubo nucleare, tuttora in corso, possa non avere più fine in nome degli interessi di poche lobby. In questo periodo, anche in seguito all’esplosione presso la centrale di Marcoule, in Francia, l’opinione pubblica mondiale ha ancora le antenne ben drizzate sulla questione nucleare. Ma sono sicuramente i giapponesi i più toccati dall’argomento. Del resto, chi più di loro sta pagando per le scellerate scelte energetiche delle classi dirigenti? 

Per questo anche i politici, fatti più o meno della stessa pasta in tutto il mondo, stanno evitando di tirare troppo la corda. Basti vedere, parlando di nucleare, i (tardivi) ripensamenti di Angela Merkel, le continue promesse di Obama, i proclami sulla sicurezza di Sarkozy. Ne sanno qualcosa anche l’ex premier giapponese Naoto Kan ed il ministro dell’Economia del nuovo governo, che per primi hanno dovuto lasciare le loro poltrone per la questione di Fukushima, fonte inesauribile sia di radioattività che di malcontento popolare. 

Ecco allora che fioccano le promesse: il nuovo primo ministro, Yoshihiko Noda, ha affermato che entro il prossimo anno il governo definirà chiaramente una nuova politica energetica a lungo termine. Non solo, è stata annunciata anche la realizzazione di un impianto eolico offshore proprio al largo di Fukushima. Il progetto, a cui sembrano avere aderito anche le multinazionali Mitsubishi e Fuji, prevede un investimento da 20 milioni di yen per l’installazione di sette turbine galleggianti entro 5 anni dall’avvio dei lavori. Secondo Masanori Sato, funzionario del ministero del commercio: «Al fine di ottenere la leadership nell’energia eolica offshore, vogliamo effettuare studi nazionali e ulteriori sviluppi aumentando la nostra capacità»

Regna dunque l’ottimismo nel business dell’eolico nipponico, anche perché in Giappone l’energia prodotta col vento oggi non soddisfa nemmeno l’1% del fabbisogno energetico nazionale. Inoltre, proprio grazie alla catastrofe dello scorso 11 marzo, si è potuta notare la superiorità delle turbine eoliche non solo in termini di rispetto dell’ambiente e della salute umana, ma anche perché, al contrario delle centrali atomiche, le pale eoliche dell’impianto di Kamisu, a 300 km dall’epicentro del terremoto, sono rimaste del tutto operative anche durante quella terribile giornata.

Andrea Bertaglio

VIDEO: di Associated Press

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