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Grecia vicina al default e grandi manovre in Europa

Lo spread è in calo e anche i rendimenti sui titoli di Stato, per quanto attiene all'Italia: al momento siamo in zona 400 per il primo dato e 6% per il secondo. Cifre che rispetto a un mese addietro sono certamente migliori (e in ogni caso ancora altissime rispetto a un anno fa).Tutto bene? Non proprio. Certo, che vi sia una riduzione in tal senso è cosa positiva, ma il punto è capirne i motivi e quindi, una volta supposte le conclusioni, tirare le somme.

Il dato da prendere come cardine per tutto il ragionamento, e anche per quelli che verranno nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, riguarda la Banca Centrale Europea. O meglio, il ruolo che la BCE avrà di qui in avanti nella gestione del pericolo di default dell'Europa.

Il punto, al di là di cortine fumogene di vario tipo messe davanti all'opinione pubblica, è in realtà molto semplice da capire. Basta andare a vedere quanto scrivevamo mesi addietro nei momenti in cui il default definitivo della Grecia era in pratica dietro l'angolo. L'Europa era alle soglie di un collasso per il semplice motivo che le ingenti perdite alle quali sarebbero andati incontro tutti i soggetti che avevano investito su Atene, nel caso di un fallimento della Grecia e in assenza di un tampone offerto dalla Bce, o dalla Ue nel suo insieme mediante il fondo Salva Stati o cose del genere, sarebbe stato inevitabile.

La situazione per la Grecia, al momento, è uguale o peggiore a quella di pochi mesi addietro, ma differente è la situazione, invece, per quanto attiene alla Bce e a come gli altri Stati d'Europa si apprestano a vivere ciò che già allora era inevitabile ma che ora si può affrontare con delle misure nuove che in parte iniziano già a essere utilizzate.

Comunque questo è il primo dato certo: la Grecia, come ampiamente prevedibile, è al default. Non è un caso che la Merkel abbia di fatto opposto un no secco alla concessione del secondo piano monstre di aiuti ad Atene - ovvero ulteriori 130 miliardi, dopo i primi 109 ormai già bruciati - almeno sino a quando non si sarà trovato un accordo certo in merito alla natura economica del default greco. Quello che si sta discutendo in queste ore dalle parti di Atene, infatti, è quanto le Banche e gli altri soggetti creditori sono disposti a perdere del loro investimento. Tempo fa si parlava di default selettivo, di haircut e, con diverse altre terminologie tecniche, in pratica di una cosa piuttosto semplice da capire: la Grecia non era in grado di restituire denaro a chi aveva investito nei suoi titoli, e quindi si era aperto il toto-riduzione. Ovvero il toto-default per far digerire agli investitori la percentuale di denaro che non avrebbero ricevuto indietro. Un evento in grado di mandare a picco la Francia, fortemente esposta con Atene, e di creare serissimi problemi alla Germania, per lo stesso motivo. E dunque a tutta l'Europa. 

Ebbene oggi, a mesi di distanza e dopo il primo piano di aiuti, con le conseguenti misure di austerità imposte ai greci, con il cambio di governo da Papandreou a Papademos, ovvero un uomo delle Banche, la Grecia sta peggio di prima. E si parla, infatti, di una perdita, per chi ha "investito" in essa, di una quota tra il 60 e l'80% dell'importo originario. 

Un esempio semplice: si sono tirati fuori 100 euro per investire nella Grecia, e questa si è impegnata a restituire il capitale più un interesse sullo stesso, e invece indietro non solo non si avrà l'interesse pattuito, ma forse solo l'80% in meno del capitale investito. Nel caso dell'esempio, circa 20 euro. Se questo possa essere considerato come default o meno, decidete voi. Ed è, peraltro, la possibilità meno traumatica, visto che al tavolo delle trattative c'è sempre anche il tema di un default totale e di una uscita di Atene dall'Euro.

Il tutto peraltro dovrebbe avvenire con questa sequenza: le Banche e gli investitori accettano di perdere una grossa fetta di investimento, e vengono pagati, peraltro, con dei nuovi bot (si parla addirittura di titoli trentennali!). Questi, ed è del resto il motivo dello stallo attuale, dovrebbero rendere intorno al 4% (speranza degli investitori) o al 3% (volontà di Atene). Fino a che non si troverà l'accordo, comunque, la Grecia è appesa a un filo e il nuovo denaro per Atene non parte.

Torniamo all'Europa, e agli spread e ai tassi che, in modo apparentemente inspiegabile, non salgono per quanto invece la situazione generale, visti i fatti greci, porterebbe a far pensare.

Il motivo è che c'è qualcosa di nuovo rispetto a mesi addietro. E tutto riguarda ciò che avviene dalle parti della Bce. In tal senso, l'operazione di "liquidità illimitata" alle Banche, così come era stata chiamata all'ora, è indicativa: denaro prestato alle Banche al tasso dell'1% e le stesse che, in luogo di prestare a loro volta denaro a chi ne ha bisogno, soprattutto le imprese, lo "investono" in titoli di Stato sicuri a 6 mesi, guadagnandoci qualcosina sopra (circa il 2.5% per quanto attiene il caso italiano) oppure lo parcheggiano nella Bce stessa, di fatto, aumentando la propria percentuale di capitalizzazione.

In una parola: salvataggio delle Banche. 

Ora, siccome dal punto di vista finanziario, il default della Grecia è di fatto tutto o quasi a carico delle Banche, è evidente che una volta trovato il sistema per non far patire troppo a queste ultime l'eventualità (eventualità?) di un default di Atene (e prossimamente di altri Paesi) il tutto si mantenga, per ora, e ancora per un po', entro limiti accettabili.

Il tema da capire è, a questo punto, duplice. Da un lato il fatto che si tratta dell'ennesimo spostare in là la resa dei conti, dall'altro lato il fatto che, ancora una volta, chi viene messo davanti a tutti, in merito ad aiuti da ricevere, sono le istituzioni bancarie. E non i cittadini dei Paesi che possono essere lasciati tranquillamente fallire e pagare il prezzo della speculazione internazionale.

La Bce sta iniziando insomma a fare un po' come la Fed, e i termini di fine corsa si sposteranno un po'. Beninteso, naturalmente la resa dei conti arriverà in ogni caso, e sarà tanto più rapida quanto sarà forte la recessione a livello europeo: quando c'è recessione, ovviamente anche le Banche entrano in sofferenza, e infatti già ora evitano persino di prestarsi denaro tra di esse, facendo lievitare il tasso Euribor (scambio interbancario) e i mutui a tasso variabile a esso, in parte, collegati. 

I prossimi incontri a livello europeo, verteranno ufficialmente verso nuove norme da far rispettare agli Stati, verso nuovi patti di stabilità e trattati di vario tipo, ma il tema al centro di tutto è, e sarà, il ruolo che avrà la Bce nell'operazione di salvataggio, si fa per dire, dell'Europa. Ovvero se la Bce andrà a funzionare come prestatore di ultima istanza o meno.

Ad esempio, il prossimo 29 gennaio è previsto un ulteriore intervento della Bce come quello fatto a fine dicembre: si parla di un'altra iniezione di liquidità, sempre per le Banche, di altri 500 miliardi ma con una ulteriore differenza: in questo caso si parla di una immissione con rientri previsti a cinque anni. Che succederà? Le Banche continueranno a investire nei titoli anche a media scadenza e i rendimenti e gli spread continueranno a scendere. I telegiornali parleranno di un miracolo - dalle nostre parti parleranno del "miracolo Monti" - mentre invece il tutto sarà dovuto alla Bce. Naturalmente, nel delirio di contentezza per i rendimenti che calano, si dimenticheranno di dire che le Banche, così facendo, perdurano nel fenomeno del credit crunch, ovvero non prestano denaro a nessuno, e che dunque la recessione è in procinto di diventare ancora più pesante. Con quello che ne consegue per i cittadini e anche per le Banche stesse. 

Si tratta insomma, dell'ennesimo tentativo di make up. Con una aggravante: al vaglio c'è la possibilità di sostituzione del fondo Efsf attuale con una sorta di fondo salva stati permanente, quindi il fiscal compact, ovvero delle nuove norme per gli Stati, e in definitiva, come caldeggiato ampiamente da Draghi e Van Rompuy, l'indirizzo di una nuova e invadente governance (della quale abbiamo parlato qui). A non cambiare è la direzione presa, che come abbiamo appurato, proprio dal punto di vista storico, non può che portare a un peggioramento della situazione.

Valerio Lo Monaco

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