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Apple: c'è del marcio in quella mela

Ci risiamo. Non è passato molto tempo da quando ci siamo occupati (qui) di economia globalizzata, delle sue anomalie, dello sfruttamento dei lavoratori, delle condizioni disumane nelle fabbriche del Terzo Mondo. In quel caso si parlava di mutande e reggiseni. Stavolta sul banco degli imputati c’è la tecnologia. E per affrontare il tema cominciamo da un paio di domande cruciali: ma quanto fa figo avere un prodotto Apple? Ma quanto ci si sente una spanna sopra gli altri a sventolare il proprio i-Phone in modo che tutti vedano la mela sul retro? Ma quanto fa filosofo creativo del nuovo millennio mostrarsi fan e seguaci di Steve Jobs?

La risposta comune è “tanto”. La risposta giusta è “troppo”. Nel senso che il prezzo umano che si paga per essere così cool è davvero eccessivo, secondo quanto emerge da una recente lunga inchiesta del New York Times. Sul filo rosso dell’ultimo periodo di vita di un lavoratore cinese, appena ventenne, impiegato in una fabbrica che rifornisce la Apple, e che in quella fabbrica, a seguito di un’esplosione, viene ferito a morte, l’inchiesta svela il brutale mondo Apple per quello che è. Aprendo anche uno stralcio sconfortante sulle responsabilità del consumatore medio mondiale.

Il meccanismo è noto: Apple mantiene negli USA gli uffici direttivi e il marketing. La produzione è esternalizzata altrove, in paesi dove le aziende sono disponibili a svendersi pur di diventare fornitori di un gigante noto in tutto il mondo, e con un circuito d’affari da capogiro. Per accaparrarsi l’appalto, tali aziende devono accettare le briciole del business Apple, e per trarre utile da quelle briciole non possono far altro che risparmiare sulla sicurezza e sulle risorse umane. Nella pratica, questo comporta le solite conseguenze: turni massacranti, paghe sotto la soglia della sopravvivenza, lavoro minorile, violenze fisiche e psicologiche, comportamenti dannosi per l’ambiente, e tutto il solito armamentario indegno a cui ormai siamo abituati.

Certo, Apple, dopo i primi incidenti, le esplosioni periodiche nelle fabbriche fornitrici, che si portano via lavoratori o li feriscono in modo invalidante, ha elaborato un suo codice. Che impone ai fornitori, controllandone l’applicazione tramite audit periodici. Dal 2005 i controlli registrano inadeguatezze e problemi. Secondo il codice, i fornitori fuori norma hanno 90 giorni per adeguarsi alle richieste del committente, e se non lo fanno, perdono la fornitura. Cosa capitata 15 volte in quattro anni. Perché oggettivamente cercare un nuovo fornitore alla Apple costa più denaro e tempo che far finta di interessarsi alle condizioni con cui il fornitore lavora, infiocchettando relazioni severe, distribuite a tutti i media, e che però lasciano le cose come stanno. 

In aggiunta alle relazioni interne, Apple riceve montagne di report e segnalazioni da associazioni e centri studi universitari sulle condizioni di lavoro e i diritti dei lavoratori. Anno dopo anno, i fornitori vengono redarguiti, le problematiche talvolta rientrano, ma il trend rimane costante. Perché non c’è verso: per costruire, assemblare, lucidare un prodotto Apple, e per farlo alla velocità folle richiesta dal mercato, volendoci guadagnare, un fornitore non può far altro che sfruttare le persone, o farle lavorare in un contesto alienante, e in molti casi letale. Altrimenti deve alzare i prezzi e perdere la commessa, visto che Apple, in tal caso,   andrà a scegliere un altro fornitore.

L’inchiesta del New York times entra in dettagli che, nonostante si sia tutti ormai disincantati in materia, lasciano di sasso. Per stessa ammissione di un ex dirigente, «le persone sarebbero molto disturbate se sapessero cosa si fa per produrre il loro i-Phone».

Va detto: la Apple non è la sola. I brand che operano allo stesso modo sono tanti: Nokia, Dell, Sony, Toshiba, Motorola, IBM sono sulla stessa scia. C’è anche qualche eccezione, come la Hewlett-Packard o la Intel, ma sono mosche bianche. La maggioranza delle major tecnologiche opera come Apple. Ma quest’ultima ci aggiunge una mancanza pressoché totale di trasparenza. D’altra parte sulla segretezza di tutto, o quasi, ciò che la riguarda ha costruito il suo successo globale. E a fronte di problemi, agisce sul lato in cui eccelle: la comunicazione. Ad Apple non importa di risolvere le situazioni disumane create dai propri fornitori. Vuole solo evitare imbarazzi.

Eppure l’azienda di Cupertino potrebbe davvero cambiare le cose. E non solo per sé ma per tutta l’industria tecnologica. Tutti, nel settore, vorrebbero essere come Apple. E se solo questa decidesse di imporre una nuova logica nella produzione da parte dei fornitori, avvicinandosi agli esempi della HP o della Intel, si creerebbe una vera rivoluzione per tutti. Ma è chiaro che nulla si muoverà finché messaggi chiari in questo senso non arriveranno anzitutto dalla platea dei consumatori. Ed è da quel lato che il quadro è e rimane sconfortante.

Perché è vero, come confessano alcuni dirigenti dell’azienda, protetti dall’anonimato, che la Apple è conscia di tutto. Sa che il sistema è marcio, ma porvi rimedio rallenterebbe l’innovazione. «I consumatori esigono novità tecnologiche sorprendenti ogni anno», si dice. Ma è anche vero che si tratta di quegli stessi consumatori che, alla domanda se trovano qualcosa di negativo nei prodotti Apple, hanno risposto, in un’indagine USA del novembre scorso, che non trovano nulla di negativo, o semplicemente che costano troppo. Solo un 2% ha avuto da ridire sulle condizioni disumane e di sfruttamento da cui i suoi prodotti derivano. I dirigenti Apple chiosano, con un’alzata di spalle: «al momento, ai consumatori importa più del nuovo modello di i-Phone che delle condizioni di lavoro in Cina». Questa è la globalizzazione, baby. E ora potete pure continuare a sentirvi fighi a maneggiare il vostro i-Pad mettendo bene in mostra la vostra dannata mela.

Davide Stasi

Rapporto RSF 2011. Ah, la libertà di stampa

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