Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Embargo all'Iran? La solita zappa sui piedi (oltre al resto)

Oltre che nel merito, l'embargo recentemente applicato all'Iran ha anche delle conseguenze per niente buone in primo luogo per noi europei, e italiani, nello specifico.

Sanzionare un Paese che legittimamente vuole investire sul nucleare per il solo sospetto - sospetto, non altro - che voglia farlo per motivi bellici, e farlo dalla parte di chi è armato sino ai denti - di certo -  di arsenali militari nucleari, è una cosa che anche secondo mera logica non sta né in cielo né in terra. Basterebbe già questo per rovesciare tutta l'impalcatura finto-giuridica che sorregge il "migliore dei mondi possibili" nel quale crediamo di stare. (A tal proposito, è affascinante la lettura del libro "I signori della Pace" di Danilo Zolo, così come di buona parte degli altri suoi titoli, qui).

Ma anche dal punto di vista prettamente strategico ed energetico, questa situazione dell'embargo crea diverse problematiche che ovviamente i media di massa tacciono dal rammentare, tutti presi, come sono, ad avallare il pensiero unico nel quale sono immersi.

Il pericolo più grande non è tanto quello del blocco dello stretto di Hormuz, il quale beninteso da solo, almeno secondo l'Fmi, provocherebbe un aumento del 20 o del 30% del prezzo del petrolio, ma proprio la mera capacità del Vecchio Continente di fare fronte alle mancanze da petrolio iraniano.

L'Unione Europea ha ora un buco di 1.2 milioni di barili al giorno, e per colmarlo si è rivolta agli alleati del Consiglio di cooperazione del Golfo. Questi hanno una capacità produttiva di circa 2.5 milioni di barili. In sostanza, un aumento della domanda europea dimezzerebbe tale capacità, e con questa cadrebbe anche la capacità del sistema di reagire in caso di uno shock petrolifero. In questo caso per l'area mediterranea sarebbe un colpo durissimo.

Proprio i Paesi più colpiti dalla crisi, peraltro, sono quelli che attualmente dipendono maggiormente dal petrolio iraniano. Grecia, Spagna e Italia: e infatti non è un caso che malgrado la situazione non certo semplice all'interno del nostro Stato, proprio Monti abbia dovuto lasciare i lavori in corso per volare in fretta e furia a Tripoli. Torniamo in Libia da perdenti, dopo la sciagurata (almeno per noi) missione di aggressione, e lo facciamo per elemosinare un po' di petrolio. E non è che in Libia la situazione sia pacificata e tranquilla, tutt'altro, come sappiamo dalle cronache di questi giorni in merito ai lealisti che non vogliono saperla di darsi per sconfitti malgrado l'uccisione di Gheddafi.

Ma c'è anche un altro punto: l'Iran non sta certo a guardare. Intanto ha iniziato a vendere petrolio, in misura maggiore, all'India. Facendosi pagare in oro e raggiungendo di fatto l'obiettivo che si era prefissato, ovvero non accettare più il dollaro carta straccia per le transazioni petrolifere. Cosa che, peraltro, è il motivo principale degli strali Usa e delle strategie in corso per la prossima aggressione all'Iran (in stile Libia, ma con i medesimi intenti: mettere le mani sul petrolio del Paese). E poi c'è anche la Cina. Pechino è il maggiore importatore di petrolio iraniano, e ora, di fatto, ha appena ricevuto tra le mani un fattore di ulteriore vantaggio dalla situazione nella quale ci siamo ficcati. Essa può aderire all'embargo, ma può anche approfittare della situazione negoziando forti sconti con i fornitori iraniani. Il che equivale, sul piano commerciale, a un ulteriore svantaggio competitivo per noi, che andremo a pagare ancora di più, in energia, di quanto già poco paghi la Cina per realizzare prodotti a bassissimo prezzo che poi invadono i nostri mercati.

Arriverà un giorno in cui l'Italia (e l'Europa) riusciranno a fare i propri interessi invece di darsi la zappa sui piedi per seguire gli interessi Usa? 

Valerio Lo Monaco

Celentano e il suo compenso. La chiave è la pubblicità

Ban Ki-Moon: riprendere il dialogo con l’Iran