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Articolo 18? Solo per chi già è tutelato

Quando qualcuno parla di "addio al precariato" c'è sempre qualcosa che non va. La riforma dell'articolo 18, che ha destato polemiche e contro polemiche sia tra i partiti che tra le parti sociali, promette questo "addio" estendendo di fatto la possibilità di licenziamento senza giusta causa anche ai contratti a tempo indeterminato.
 
Le motivazioni che vengono accampate sono sempre le stesse. Prima tra tutte la volontà dell'Europa, e soprattutto della Bce di Mario Draghi, che spingerebbe l'Italia a una riforma del mercato del lavoro che lo renda più flessibile per migliorarne la competitività. In secondo luogo la crisi economica, la chiusura delle aziende, la voglia di quelle ancora in piedi di delocalizzare che tenderebbe a rendere necessaria una via più semplice per i licenziamenti al fine di non distrarre gli investimenti dal Bel Paese.

Solo scuse. Tanto più che l'articolo 18 continuerà a dispiegare i propri effetti per i lavoratori che già hanno un contratto a tempo indeterminato. La problematica italiana del lavoro a due facce, quella protettiva per chi è già stato assunto e quella indifferente per chi annaspa nella palude del precariato o è ancora in cerca di occupazione, non può che aggravarsi. I già assunti infatti continueranno a godere delle tutele dell'art.18. Tutti gli altri, invece, saranno dipendenti di serie B. Un modo come un altro per dividere le schiere di una potenziale mobilitazione: la forza lavoro non avrà le stesse richieste da portare al tavolo con il Governo e d'altra parte se la tutela dal licenziamento senza giusta causa si modificherà in questo modo, trasformandosi da diritto a privilegio, diventerà merce di scambio e argomento di dissuasione per gli stessi sindacati nei confronti dei propri iscritti.

All'Italia che tutelerebbe troppo chi lavora e per nulla chi cerca un impiego si sostituirà un'Italia a tripla tutela: nulla, scarsa, sufficiente. La tutela nulla sarà quella di chi cerca lavoro, visto che di chiacchiere se ne sentono tante ma la disoccupazione, soprattutto giovanile, continua a dilagare. Quella sufficiente riguarderà i lavoratori cui si applica il regime dell’articolo 18, che potranno ancora portare il datore di lavoro di fronte al giudice in caso di licenziamento illegittimo - almeno finché avranno un contratto degno di questo nome non redatto direttamente dall'azienda di cui sono dipendenti e non firmato dietro malcelata minaccia di chiusura o licenziamento di massa. La tutela scarsa interverrà invece per tutti i novelli lavoratori. Questi infatti, anche se assunti a tempo indeterminato, non potranno essere reintegrati nel posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa come i loro colleghi più anziani ma semplicemente avranno diritto a un indennizzo economico. Resta in ogni caso il divieto di licenziamenti legati a comportamenti discriminatori del datore di lavoro ma non é chiaro come nei fatti, non dovendo giustificare in maniera tassativa l'allontanamento del lavoratore, si possa dimostrare di aver perso il posto per motivi legati al sesso, alla razza, alla religione o similari.

Nella pratica, il lavoro - e di conseguenza il lavoratore - sta diventando pian piano un semplice costo di produzione, trattato esattamente come un mattone o una lampadina: lo compro al prezzo più vantaggioso, lo uso e, quando non è più efficiente o economico, lo cambio.

Sara Santolini


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«State buoni, sindacati. State buoni»