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Vajont, un paradigma

Quarantanove anni fa, oggi, l’Italia contava i morti. Li contava dopo averli fermati tra i flutti del Piave incrociando lunghe pertiche, a valle di Longarone, in provincia di Belluno. Una catastrofe naturale, si disse subito. Un pezzo del monte Toc si era inspiegabilmente staccato piombando nell’invaso costruito poco sotto. Un capolavoro dell’ingegneria civile italiana, la diga del Vajont. Nell’invaso c’era acqua, che i 270 milioni di metri cubi di frana spinsero con la forza di un missile lungo la gola della valle. In fondo alla valle il paese di Longarone. Che scomparse sotto 25 milioni di metri cubi d’acqua e fango.

Alla fine del conto, le vittime furono circa 2.000. Il conto preciso non è mai stato possibile determinarlo. E per anni si parlò nei media di catastrofe naturale, di fatalità imprevedibile, etichettando come sciacalli quei pochi ribelli che, invece, sostenevano si fosse trattato di una strage causata da uomini su altri uomini. Tra questi, Tina Merlin, giornalista de L’Unità, che da anni seguiva la vicenda, e aveva provato a mettere in guardia per tempo dei rischi connessi alla costruzione della diga. Anni dopo le ricerche, unite alle indagini della magistratura, le diedero ragione, ma a finire in galera furono pochi capri espiatori, e per poco tempo rispetto alla grandezza della tragedia.

A rileggere le carte, ascoltare le testimonianze, rivedere le ricostruzioni, prima tra tutte il capolavoro realizzato per la RAI dall’attore Marco Paolini, si ha la sensazione che la storia, purtroppo, si ripeta sempre nel peggio. Interessi privati che si appropriano di beni pubblici, con la compiacenza e la corrotta collaborazione dei politici, per sfruttarli all’unico scopo del proprio utile. Senza alcun interesse per la tutela della vita, della salute, del benessere comune. Il Vajont, in questo senso, è un paradigma che, in un paese civile, avrebbe insegnato in modo definitivo che la collusione tra interessi privati e autorità pubbliche, se proprio non si può evitare, comunque non deve superare il confine oltre il quale c’è la vita dei cittadini.

Per vedere quanto è civile l’Italia, quanta memoria ha, quanto impara dalle tragedie assolute come quelle del Vajont, basta ripercorrere la storia delle varie “grandi opere” in fase di progetto, dalla TAV in giù, fino ai piccoli comuni che costruiscono condomini in terreni geologicamente improponibili, o Regioni che danno l’edificabilità a zone presso i greti dei fiumi. Guai ai popoli senza memoria, si dice. Il blocco degli interessi privati e il marcio della politica italiana sono l’oblio letale del nostro paese. Che ha come unico barlume di speranza la memoria di quegli italiani che oggi, ancora, si ricordano del Vajont e delle sue vittime.

Davide Stasi

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