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Europei, ma a caccia di indipendenza

Avrà anche vinto il Nobel per la Pace, la Ue, ma il suo assetto va lacerandosi tormentato dal vento di indipendenza nazionale che soffia al suo interno, e però si tratta di lacerazioni che è proprio l’Unione a rendere possibili, anche se resta da vedere se gli Stati membri le permetteranno.

Stati membri che non brillano, però, per pacifismo. Le reazioni alle rivendicazioni nazionali potranno essere diversamente modulate, ma sicuramente non godranno della simpatia che le spinte separatiste riscuotono presso i governi quando a essere smembrate sono altre entità statali. Come fu per la Jugoslavia, ad esempio.

Le caldere di indipendentismo ufficialmente attive, al momento, sono tre, Scozia, Fiandre e Catalogna, ma in caso di successo potrebbero aggiungersene altre. La sorpresa è che la più conciliante con i movimenti centrifughi è l’Inghilterra, che ha raggiunto un accordo con i nazionalisti scozzesi per un referendum sull’indipendenza, che si terrà nel 2014, 700 anni dopo la battaglia di Bannockburn, immortalata in Braveheart, che assicurò secoli di libertà.

Diversa è l’attitudine del governo di Madrid verso i separatisti catalani e la loro via verso l’indipendenza potrebbe non seguire modalità degne di un paese che compartecipa ad un Nobel per la Pace. Tutto da scoprire è, invece, quanto avverrà in Belgio, dove i fiamminghi, dopo i recenti trionfi elettorali, spingono anch’essi per distaccarsi.

Non è però, come alcuni vorrebbero far credere, la fine dello Stato/Nazione, ma al contrario è l’affermarsi di questo, che diviene possibile grazie alla presenza di una organizzazione sopranazionale qual è l’Unione Europea, che permette ai piccoli Stati di esistere offrendo loro uno spazio economico comune e garanzie di difesa, in un mondo globalizzato che permette la sopravvivenza solo a chi appartiene a grandi blocchi.

I cosiddetti Stati/Nazione attuali non sono davvero tali e i movimenti indipendentisti non sono regionalismi, come li si vorrebbe liquidare, ma nazionalismi a pieno titolo. Scozia e Catalogna sono state lungamente nazioni indipendenti, ciascuna con lingua, cultura ed etnia proprie e ben differenziate rispetto a quelle dello stato sopranazionale in cui vennero inglobate. Il Belgio è una creazione artificiale, voluta dagli inglesi nel XIX secolo per stroncare la potenza marinara olandese sua concorrente, e infatti esso nasce dalla scissione dell’Olanda, cui vennero strappate, con moti popolari ben sobillati, le province cattoliche. Che però solo in parte, vedi la Vallonia francofona che spinse per la sua libertà dal giogo olandese, erano di etnia e lingua diversa: i fiamminghi sono degli olandesi, anche se profondamente cattolici e non fanaticamente protestanti.

Si tratta, quindi, di rigurgiti nazionalisti che sembrano in controtendenza rispetto alla globalizzazione ufficiale che dovrebbe avviarsi a spazzarli via. Rigurgiti che possono avere solo in parte ragioni economiche, anche se la crisi attuale può averli aiutati a raccogliere grandi consensi, sulla base di un ragionamento del tipo “da soli staremmo meglio” perché potremmo sfruttare le nostre risorse soltanto per noi, anziché doverle conferire allo stato “occupante”.

Quello che va accettato, però, è che i sentimenti di appartenenza nazionale non sono mai scomparsi e sono una parte integrante della natura sociale umana, che non può essere sradicata creando costrutti ideologici intellettualistici che lo negano artificialmente. Siamo insomma di fronte ad un risveglio nazionalista che tuttavia non vuole distruggere l’organizzazione sopranazionale, di cui intendono continuare a fare parte, anche se col nuovo status di soggetti paritari anziché da sudditi di uno Stato che mai hanno sentito come loro.

Diverso è l’atteggiamento dei governi, che spesso difendono con retorica patriottarda il loro potere contro l’organizzazione sopranazionale, che serve loro solo in funzione economica, ed aizzano i cittadini contro le perdite di “sovranità nazionale”, mentre intendono difendere solo le scranne statali che ne giustificano quei privilegi che, altrimenti, perderebbero. Solo all’interno di una struttura di grandi dimensioni le piccole, ma anche le medie, nazioni possono sopravvivere. Questa struttura, però, deve essere profondamente rivista e ritrovare il suo senso ricuperando quei principi che ne ispirarono gli inizi e che avrebbero dovuto portare ad una federazione di popoli.

A quel tipo di Unione Europea, su base nazionale e non mercantile, sarebbe stato, e resta, giusto devolvere parte della sovranità nazionale: era quella Unione, l’Europa dei Popoli, che avrebbe meritato il Nobel per la Pace. Quella che invece ci ritroviamo oggi avrebbe potuto concorrere giusto per quello dell’economia: ma senza ottenerlo, avendo miseramente fallito ogni obiettivo.

Ferdinando Menconi

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