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Happening e rivoluzione: le manifestazioni inutili (e quelle che invece funzionano)

Chi ha un po’ di anni sul groppone non si appassiona ai dibattiti degli ultimi giorni su chi abbia iniziato per primo, fra dimostranti e polizia, a martellare duro.

Si tratta di una querelle che si ripete da sempre. In fondo è un dettaglio. I pestaggi indiscriminati sono la norma in queste circostanze, come è norma che gruppi di manifestanti più violenti e più organizzati si abbandonino ad azioni di guerriglia urbana. Le forze dell’ordine fanno ciò per cui sono pagate, con in più quello sfogo rabbioso e quel pizzico di sadismo che scaturiscono dall’essere insultate, derise, minacciate. Anche la presenza di provocatori, in entrambi gli schieramenti, è cosa risaputa, ripetuta, già vista innumerevoli volte. Che i lacrimogeni siano partiti da una finestra del Ministero degli Interni o che siano partiti da terra o da un edificio adiacente, è un’altra discussione da sbadigli.

Quello che importa è che il ripetersi di manifestazioni in cui la determinazione dei giovani partecipanti si fa sempre più forte, nonostante sappiano i rischi che corrono, costituisce la prova di un malessere e di una consapevolezza crescenti. Ovunque vadano, i ministri del governo dei banchieri sono inseguiti da urla e lancio di oggetti che non sono fiori.

Eppure non bisogna illudersi che siamo giunti alla stretta decisiva.

Le rivoluzioni politiche (aggiungiamo sempre l’aggettivo “politiche” perché le vere rivoluzioni sono culturali, di costume, di mentalità, di modi di produrre e consumare) seguono percorsi e modalità obbligati.

Intanto precisiamo cosa non sono metodi e manifestazioni rivoluzionari.

Non lo sono le manifestazioni happening, quelle dei girotondi colorati, degli slogan sarcastici, delle facce dipinte, delle smorfie davanti alle telecamere. Quelle sono scampagnate, la vacanza di un giorno, la festa da raccontare dopo tanti anni ai nipotini, magari arricchendola di particolari che rendono epica quella che era commediola ed esibizionismo.

Non lo sono i botti dei pistoleri e dei bombaroli, sempre strumentalizzabili dal potere per screditare la protesta e mai veramente efficaci.

Non lo sono le vetrine infrante, le auto parcheggiate date alle fiamme, il vandalismo che serve solo a volgere contro i dimostranti l’animo di quella parte di opinione pubblica che era incerta nel giudizio.

Non lo è la guerra civile, che lascia sempre uno strascico di rancori, di spirito di vendetta negli sconfitti sopravvissuti, di odio che si trasmette alle generazioni che verranno, una sedimentazione di ostilità che minerà sempre il nuovo edificio. Ne abbiamo innumerevoli esempi, attuali e remoti, anche in Italia. Paghiamo ancora quella guerra civile che insanguinò la nostra penisola quasi 70 anni fa.

Naturalmente non lo è la via elettorale, astuto inganno concepito proprio per impedire le rivoluzioni.

Oggi la rivoluzione politica assume obbligatoriamente la forma che ebbe l’ultima grande rivoluzione del Novecento, quella khomeinista in Iran (il crollo dei regimi dell’est europeo non fu una rivoluzione ma l’implosione di un edificio già putrescente da decenni, un’autodichiarazione di fallimento), e che hanno avuto recentemente le primavere arabe, qualunque sia il giudizio sulla genesi e i risultati di quelle insurrezioni: sciopero generale politico a tempo indeterminato; occupazione contemporanea e permanente delle piazze da parte di decine di migliaia di persone,  una massa tanto compatta da scoraggiare qualunque repressione poliziesca; assalto alle sedi del potere istituzionale, mediatico e finanziario, non con sparuti gruppi di guerriglieri urbani ma con la forza irresistibile della moltitudine.

Perché si giunga a tanto occorrono un’esasperazione diffusa; una determinazione a sopportare perdite, sacrifici, sofferenze; un’organizzazione che garantisca col mutuo soccorso la sopravvivenza nei lunghi giorni della paralisi della produzione e della distribuzione; un gruppo, un partito, una forza dirigente che si conquisti credibilità, abbia un programma per l’immediato e per la prospettiva e possibilmente sia guidata da un capo carismatico.

Queste precondizioni mancano, tutte. Ciò che lascia sperare è il fatto che comincia a diffondersi, soprattutto  attraverso la Rete, una controcultura che può minare quella dominante, lavorìo di preparazione per un’egemonia culturale che sempre precede e segue i grandi mutamenti politici e che dapprima circola per canali di comunicazione non ufficiali, semiclandestini.

Lascia sperare anche il carattere continentale della protesta, che sarebbe facilmente circoscrivibile se limitata a uno o pochi Paesi.

La strada da percorrere è ancora lunga, ma in tempi di crisi le accelerazioni possono essere rapide e improvvise. Esserne avvertiti significa non farsene travolgere.

Luciano Fuschini   

Intervista a Filippo Ghira

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