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Primavera araba: altro che "tutte chiacchiere e social network"

Le piazze dell’Egitto sono di nuovo in fermento. Si fronteggiano i “laici” ostili al governo dei Fratelli Musulmani e al presidente Morsi con le sue pretese di governo assoluto, e gli islamici fautori di un sistema che accolga nella legislazione civile la legge religiosa.

Intanto è doveroso rilevare che questi fatti smentiscono quanti hanno visto nelle primavere arabe niente altro che pseudo-rivoluzioni colorate messe in moto dai social network occidentali. Può essere che quelle rivoluzioni, almeno in una loro fase, siano state deviate, strumentalizzate, insabbiate. Tuttavia resta il fatto che vasti moti di popolo, con tutta la forza emotiva che evocano e tutto lo sconvolgimento sociale che provocano, fatto di attese, delusioni, istanze di giustizia, desideri di vendetta, non sono facilmente incanalabili e sono sempre suscettibili di sviluppi imprevisti. La primavera di piazza Tahrir non è svanita con lo spegnimento della prima fiammata. Si tratta di un processo che continua e che può portare ad altri sviluppi.

Detto questo, non è facile schierarsi. I “laici” sono più facilmente manovrabili dall’Occidente, essendo più sensibili ai valori di libertà  individuale e di riduzione della religione a fatto di coscienza personale, da non imporre come legge dello Stato.

D’altra parte l’intransigenza dottrinale degli islamici non è affatto garanzia di difesa dei popoli di quell’area da penetrazioni interessate. Dietro ai movimenti insurrezionali di alcune primavere arabe c’erano e ci sono Arabia Saudita e Qatar, Paesi che dietro la purezza islamica praticano rapporti di stretta collaborazione con l’imperialismo occidentale e addirittura con Israele. Non a caso sembra che in alcuni settori dello schieramento “laico” egiziano si lancino slogan contro la convergenza fra il governo islamico e gli interessi americani. Questo, se confermato, potrebbe far pensare al riemergere di un nasserismo proprio nel Paese in cui nacque.

Nasser fu il protagonista dell’unico grande movimento laico dai caratteri genuinamente anti imperialisti in quell’area. Il nasserismo fu laico, nazionalista e socialista. Il nazionalismo di Nasser non fu meschinamente racchiuso in un ambito locale. Egli ragionava nei termini di una nazione araba, libera dal colonialismo, che andasse dal Marocco alla Siria. Voleva che il suo Egitto fosse il fulcro della Repubblica Araba Unita, una Federazione di tutti gli Stati arabi.  Il suo grande progetto morì con lui, dopo aver incontrato accanite resistenze, innanzitutto e comprensibilmente proprio da parte dell’Arabia Saudita, grande nemica del nasserismo come oggi del khomeinismo sciita iraniano. In qualche modo suoi successori furono Gheddafi, Assad e Saddam. Saddam è stato impiccato, Gheddafi è stato massacrato, Assad sta subendo un feroce attacco concentrico continuamente sostenuto dall’esterno.

Con tutti i suoi limiti e la sua violenza dittatoriale, quella linea di una laicità nazionalista, anti imperialista e socialista, resta l’unica speranza di riscatto per quelle popolazioni.

Non basta l’etichetta di “laico” per garantire sul conto del rinnovato fermento di piazza Tahrir, né rassicura l’islamismo di chi si è fatto braccio armato degli sceicchi petrolieri e dei loro burattinai occidentali per liquidare Gheddafi e aggredire la Siria.

Luciano Fuschini

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