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"La Repubblica", al solito, non ne azzecca una in merito a Obama

Leggere la Repubblica regala sempre un’agrodolce sensazione di surreale. È talmente invasato, il giornale-partito dell’ingegner De Benedetti, nel trasformare la realtà a maggior gloria di Monti, Draghi, del Pd (bersaniano) e della Verità radical-chic, che a volte è costretto a fare i salti carpiati e ad escogitare i più arzigogolati escamotages pur di non farsi smentire dall’evidenza. 

L’altro giorno, venerdì 23 novembre, è stato toccato uno dei vertici della falsa coscienza della ditta Mauro&Scalfari. Articolessa di Rampini sulla rinnovata vocazione sociale di Obama, che finalmente tasserà di più i ricchi dopo quattro anni di frustrata attesa. Oh finalmente mantiene una promessa, perbacco. A parte che è tutto da vedere se e come lo farà, e in ogni caso un inasprimento fiscale, a ben guardare, non cambia i termini fondamentali di un’economia fondata sulla fabbricazione di moneta-debito, il bello viene nel pezzo di spalla. Dove improvvidamente, ma come dirò ora neanche troppo, viene intervistato l’economista James Galbraith, vecchio kennedyano e fan dei Democrats da sempre. Un obamiano, in teoria, visto che ha votato Obama per la solita logica del meno peggio. Ma non in pratica, perché Galbraith, senza peli sulla lingua, smaschera in poche parole la truffa in corso: «il Dodd-Frank Act, quello che doveva essere la grande riforma regolatoria del mercato, è del 2010. Ma in massima parte è rimasto inattuato perché l'amministrazione non collabora. Voglio essere clemente: forse Obama personalmente sarebbe anche più incisivo, ma il ministero del Tesoro e tutto l'apparato di controllo che ruota intorno ad esso, è espressione diretta del mondo della finanza. Quindi, anche ammettendo che ne abbia la volontà, il presidente non può far nulla. Comandano loro». 

Ribatte l’intervistatore: ma il ministro del Tesoro uscente, Timothy Geithner proveniente dalla Fed, lascerà il posto. Risposta serafica del Nostro: «Sceglieranno un altro uomo, o donna, proveniente dall'ambiente bancario. Vorrei sbagliarmi, ma so che sarà così. Lo chieda a Sheila Bair, che da presidente della Federal Deposit Insurance Corporation ha dovuto combattere epiche battaglie contro chi? Contro gli uomini del presidente, della Fed e del Tesoro. Finché si è dimessa nel 2011. Perfino nella sanità, giusto punto d'orgoglio di Obama, si infiltra il gruppo di potere che vuole compromettere l'intervento pubblico, a partire dai programmi sanitari Medicare e Medicaid, magari con la scusa del fiscal cliff. Il vero banco di prova per Obama sarà la riaffermazione della necessità e dell'opportunità di uno Stato ben presente nella vita della popolazione»

Ma il capolavoro di autolesionismo sta nella chiusa, quando il giornalista-vispa teresa gli chiede proprio della riforma fiscale di Barack-Robin Hood che dovrà prendere ai ricchi per dare ai poveri. Galbraith lo gela: «Arriviamo al 2% della popolazione. Tutto qui. E anche se ora finiranno gli incentivi di Bush, la tassazione tornerà ai livelli di Clinton. Questa sarebbe la grande riforma?». 

Uno si domanda: ma al quotidiano del Fondatore che dialoga con Dio, ci sono o ci fanno? Credono di esserci, e non ci fanno. Nel loro contorto modo di ragionare tipico di chi presume di possedere il monopolio della critica e dell’autocritica, affiancare alla pravda ufficiale sui fasti di mister Obama un controcanto della sua stessa parte indica un mirabile tasso di apertura politica, ma soprattutto vorrebbe mettere le mani avanti sull’eventuale, diciamo pure probabile, ennesimo flop del presidente tanto nero e tanto democratico. Si vogliono parare il didietro, gli stolidi ultimi giapponesi d’Europa della favola obamiana. Peccato che far circolare anche un solo frammento di verità (non con la maiuscola, da Minculpop, ma la semplice verità dei fatti) possa far cascare il palco a queste operazioni di camouflage furbesche e in realtà stupide. La Repubblica delle banane si smentisce da sola, ma agli occhi di chi non se la beve, non si smentisce mai.   

Alessio Mannino

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