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L’ambiguità politica crea assuefazione. E, purtroppo, non soltanto in chi la pratica ma anche in chi la osserva. Massimo esempio: la questione delle alleanze. Che dovrebbero essere un affare piuttosto semplice, una volta che le rispettive identità e i e i rispettivi obiettivi siano nitidi, ma che viceversa sprofondano nelle nebbie dell’opportunismo. 

Nel caso specifico lo si sta vedendo benissimo sull’asse (instabile) che ha il suo fulcro nel Pd e che ancora non è dato sapere se si protenderà verso il centro, leggi l’Udc di Pierferdinando Casini, o verso sinistra, leggi Sel e Nichi Vendola. Quest’ultimo, nel protrarsi dell’incertezza, e nel profilarsi della fregatura, prova a rompere gli indugi e lancia un primo aut aut. Sullo schieramento da approntare per le Politiche 2013, «deve rispondere Bersani: se vuole governare senza fare le riforme, se vuole rassegnarsi a un programma così mediocre, andrà con Casini. Se invece vuole costruire un programma di cambiamento, deve farlo con Vendola. Sia io che Casini vogliamo l'esclusiva».

Da parte sua, però, Bersani non sembra minimamente intenzionato a operare una scelta così netta. E quindi si rifugia in una riformulazione del problema, che si articola su due piani. Da un lato, restringendo il campo a delle alleanze che potremmo definire “di primo grado” e che, del resto, trovano già la loro espressione nelle primarie, che infatti sono limitate ad alcuni esponenti del Pd e allo stesso Vendola:  «Il gioco della torre qui non va: io faccio l'accordo con Vendola, mi organizzo con Vendola e non solo con lui, col campo dei progressisti». Dall’altro, lasciando aperta la strada verso delle alleanze “di secondo grado”, in vista di una convergenza non tanto elettorale quanto di governo: «Sto cercando di convincere Vendola, ma lui ne è già convinto, che il campo dei progressisti deve presentarsi in modo aperto e dialogante con tutte le forze europeiste di centro, anche moderato».

L’accorgimento, o il trucco, mira evidentemente a salvare capra e cavoli, sempre che la capra e i cavoli gradiscano di essere “salvati” e che, a tale scopo, facciano finta di non capire che siamo in presenza del più classico compromesso. Al primo livello – quello delle affermazioni di principio – si mantiene un minimo di coerenza, che nel caso di Vendola significa rivendicare una diversità rispetto al governo Monti. Al secondo livello – quello del pragmatismo parlamentare, che con ogni probabilità sarà reso necessario dalla mancanza di una maggioranza assoluta in capo a un unico soggetto – ci si piega alla logica dei numeri e si acconsente, borbottando quanto basta a far sembrare che lo si stia facendo di malavoglia, a venire a patti con quei partiti che, pur non essendo vicini, sono pur sempre un po’ meno lontani. 

Tanto per cambiare, è la vecchia strategia – e l’eterna turlupinatura – del “male minore”. Che, in una delle sue tante germinazioni, si intreccia alla variante, oggi più che mai in auge, del “meglio il nuovo che il vecchio”. Meglio Monti di Berlusconi. Meglio Crocetta di Lombardo. Meglio Renzi di D’Alema. E meglio addirittura, quand’anche con Bersani e Casini e Vendola, il centrosinistra del centrodestra. 

Una strategia – da imbonitori, per non dire di peggio – che un elettorato più sveglio avrebbe compreso da un pezzo e smascherato una volta per sempre. Ma che invece, nello stato di istupidimento collettivo, continua a funzionare con un’efficacia pressoché assoluta. Fosse soggetta a copyright, avrebbe reso straricco il detentore dei diritti. Non essendolo, continua a privilegiare chi non ha nessuna remora a utilizzarla.

Federico Zamboni

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