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Gli statunitensi, in ginocchio, alle urne. Per non cambiare nulla

Quale che sarà il risultato delle Presidenziali statunitensi (metteremo in serata, qui sul sito, un aggiornamento automatico della situazione per chi avrà voglia e curiosità di seguire lo "show" degli exit poll), è bene che almeno i nostri lettori evitino di perdere di vista alcuni punti cardine che non sono in discussione. Come ogni volta in cui oltre Oceano si vota in tal senso, infatti, i nostri media puntano sulla spettacolarizzazione della cosa. Per fare audience si tiene alla forma e si evita di prendere in esame il contenuto, che poi è l'unica cosa rilevante.

Che in tema di politica estera non vi siano mai stati, almeno negli ultimi decenni, importanti differenze tra Repubblicani e Democratici è cosa che sanno anche i sassi. Guerre fece Clinton e altre ne intraprese Bush. E lo stesso Obama, Nobel per la pace, che ha evitato di chiudere Guantanamo come aveva promesso e non ha ritirato le truppe di aggressione in Afghanistan e insomma è inutile andare oltre. Sottigliezze, in tema di differenze, ci sono, certo, ma il punto generale di un Paese che tiene a (o tenta di) mantenere la propria leadership mondiale dal punto di vista finanziario (dollaro) militare (basi e avamposti sparsi ovunque) e culturale (Hollywood e dintorni) sono grossomodo le stesse. Goldman Sachs era dietro Bush e di fatto è tuttora l'amministrazione Obama, così come sarà se all'attuale Presidente succederà Romney. Fare previsioni su chi vincerà è non solo difficile, ma irrilevante.

Ciò che va compreso, invece, è la situazione generale degli Stati Uniti, con la quale si scontrerà chiunque verrà eletto. E la cosa non è importante tanto per una curiosità specifica degli affari Usa, ma perché ancora oggi, inevitabilmente e senza possibilità di essere smentiti, alle sorti degli Stati Uniti sono legate quelle dell'Europa colonizzata dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. E anche oltre. La crisi esportata in tutto il mondo ne è solo una delle prove. I militari europei "impegnati" nelle varie aggressioni ne sono un'altra. E la cultura e il pensiero unico dominanti, tutto competizione, materialismo e mercati, tuttora ancora non rinnegati in larga parte del mondo malgrado l'evidente fallimento a cui hanno portato, anche.

Come si presentano, dunque, gli Stati Uniti a queste elezioni? Alcuni punti in modo particolare devono essere tenuti bene a mente, perché sono il segno della decadenza in cui versa il Paese.

Intanto è cresciuta ancora la disuguaglianza tra le varie classi sociali che, peraltro, hanno avuto un ulteriore arresto, di quanto non fosse già, in merito alla loro mobilità, aspetto che da sempre era considerato come uno dei punti più importanti di tutto il tessuto sociale statunitense: il "sogno americano", in altre parole, si affievolisce ogni giorno di più ed è diventato solo un motto da canzone pop.

Dal 1970 ai giorni nostri, il reddito individuale dei singoli esponenti della middle-class non è cresciuto (al netto dell'inflazione) mentre è cresciuto, invece, il reddito familiare. Il motivo è molto semplice: l'ingresso delle donne nel mondo del lavoro ha determinato la possibilità, per l'impresa e i "padroni", di abbassare il reddito di ogni singolo lavoratore. Prima lavorava un solo componente della famiglia, e bastava, oggi invece lavorano entrambi, con i ritmi che conosciamo, e a fine mese si arriva con maggiore difficoltà (quando ci si riesce ad arrivare). 

I prezzi di ogni cosa sono calati, da allora a oggi, certo, e quindi ne si compra di più. Ma il calo dei prezzi alla fine ha determinato la diminuzione della possibilità di lavori che veramente possono chiamarsi tali. E se da un lato sono calati i prezzi dei generi alimentari, degli elettrodomestici e delle automobili, sono però cresciuti quelli dell'istruzione e delle assicurazioni sanitarie. E, a livelli folli, quelli delle abitazioni, che pur essendo scesi fortemente per la crisi del 2008 rimangono comunque altissimi, in senso generale.

Cosa significa dal punto di vista pratico? Facciamo un esempio: se un lavoratore, una volta, perdeva il posto di lavoro, posticipava alcuni acquisti e se la cavava, per il momento, in quanto in tempi rapidi riusciva a trovare una altra occupazione (o pseudo-occupazione). Oggi invece, perdendo il lavoro, ha scarse possibilità di ritrovarlo ma allo stesso tempo deve indispensabilmente continuare a pagare le ingenti somme, ad esempio, per la sanità. Come dire: viene strangolato immediatamente. Non lavora, non consuma, e finisce più rapidamente al tappeto. Le spese fisse rendono le famiglie vulnerabilissime: anche una flessione temporanea significa crisi nera. E per temporanea una volta si intendeva circa quindici mesi (il tempo necessario, in media, per trovare una altra occupazione) mentre oggi ce ne vogliono almeno quaranta, di mesi. In oltre tre anni, dunque, si cade nel baratro. Ancora: la distanza fra il reddito del 10% meglio retribuito e quella del 10% peggio retribuito è aumentata. Nel 1970 era pari a 3,2 volte, oggi è pari a 5,2 volte. 

Obama o Romney possono spremersi in modo diverso su come destinare le risorse interne, ma la coperta, negli Usa, è drammaticamente corta per la natura intrinseca del mondo, del modo sociale che il Paese si è dato nel corso degli anni. E i suoi vizi di fondo non possono essere eliminati in qualche legislatura appena.

Le famiglie accorrono dunque alle urne, in queste ore, con l'ansia sul collo. Sperando in un cambiamento che non può esserci semplicemente confermando Obama o cambiando Presidente.

Jacopo Tondelli scrive alcuni passaggi esemplari, riportando, tra l'altro, delle dichiarazioni interessanti, e senza appello, da parte di un noto Banchiere:

In pochi passaggi, e nello specchio dei dati economici snocciolati con regolarità, emerge lo spaesamento di intere generazioni. «Già, con quella dei babyboomers nati subito dopo la guerra che vanno l’uno dopo l’altro in pensione, ma i loro posti non sono di nessuno, nessuno li occupa né li occuperà perché quell’economica, quel modello non c’è più, non tiene più».

Quel modello, già. Un’idea di sviluppo lineare, infinita che incrociava, certo, i cicli e gli alti e bassi che le economie da sempre conoscono, ma che mai – si pensava – avrebbe incontrato un tratto di cesura, una rottura e una crisi di modello radicale. 

«Ed invece è proprio quello che è successo: non siamo semplicemente dentro a un ciclo negativo, siamo piuttosto a un passaggio epocale, secolare» spiega Daniel Alpert. Banchiere d’affari da trent’anni, fondatore e leader di Westwood Capital Market, ma anche autorevole commentatore per i grandi giornali americani e scrittore da grande casa editrice, guarda la Manhattan della finanza globale negli occhi, dall’altro del suo 33esimo piano sulla quinta strada, tra un viaggio in Sudamerica e uno in estremo oriente. «Dovremmo imparare dal Giappone, noi americani e voi europei: non hanno avuto paura di vedere calare gli stipendi, a patto che calasse anche l’inflazione, così hanno difeso la forza della loro moneta e la forza della loro economia. Certo, questo funziona in una società cooperativa e che sente uno spirito nazionale vero: da noi e da voi... beh, lasciamo perdere». Sull’America snocciola numeri che effettivamente fanno impressione. «Dovremmo per cominciare smetterla di parlare di una disoccupazione americana all’8 per cento, perché è molto più alta». Prego? «Certo, che senso ha parlare di quel dato senza considerare che i sotto-occupati sono circa il 14%. E in quel 14% non ci sono solo lavoratori da venti ore la settimana, ma ce ne sono tanti che lavorano venti ore al mese, o cinque ore al mese... vogliamo dire che lavorano e fare finta che vada tutto bene? La sostanza non cambia, quelli sono disoccupati».

L’angoscia, l’ansia che raccontano in tanti guardando a un paese che ha la sfida nel sangue e il successo sempre sulla linea dell’orizzonte da raggiungere, riporta dritti a queste elezioni. Anche il fatto che ci siano così tanti stati davvero in bilico, come mai prima, fa capire il senso di disorientamento: quasi che fosse un dato assorbito e condiviso che la politica non basta.

E chiude con una riflessione che sottoscriviamo in pieno:

È così, con questa strana sensazione di un destino tutta da scrivere, che l’America va a votare, oggi. 

Per quanto riguarda il resto le cose sono ancora più chiare. Gli Stati Uniti hanno raggiunto venticinque anni addietro il massimo della loro crescita, sia dal punto di vista politico che economico e militare, e da un pezzo sono sulla strada della decadenza. Prima lenta e graduale, ora veloce e a gradoni.

L'ultimo scatto verso l'alto è stata la rivoluzione informatica, la quale segna però il passo verso una stabilizzazione, quella attuale, che non è ovviamente in grado di far mantenere così alto il numero di giri del motore indispensabile agli Usa per rimanere a galla. L'egemonia militare mostra oggi tutta la sua debolezza strategica, sia per il riaffacciarsi di nuovi attori sulla scena mondiale (Cina, Russia, con i rispettivi obiettivi) sia per la strenua resistenza di tanti popoli che contro tale tecnologia bellica oppongono carne viva e spirito di sacrificio. E che come si vede, stanno vincendo. Le stesse "primavere" si stanno ritorcendo contro gli Usa stessi.

Dal punto di vista economico non si è evidentemente raggiunto ancora il punto più basso della recessione. E il prossimo Presidente se la troverà tra le braccia. E gli organi istituzionali hanno già esaurito le cartucce: al momento stanno già utilizzando operazioni che rasentano la disperazione, come l'ultima in ordine di tempo, targata Fed: stampa illimitata di bigliettoni verdi senza più alcun valore reale. 

Sarà uguale, dunque, ove prevalesse Obama o Romney: non proprio, ovviamente.

Scrive Gaudenzi, giustamente, che “se prevarrà Obama, con la sua timidissima politica di tutela sociale delle classi meno abbienti, con la sua incertezza di fondo sul continuare o meno una politica militar-avventurista di dominio nei vecchi continenti, prevarrà una volontà “temporeggiatrice” di fronte al disordine in atto (che è anche frutto delle politiche espansionistiche atlantiche). Ove prevalesse Romney, convertito alle teorie reaganiane anti-tasse e di tutela delle classi più abbienti, e corifeo di una più dura presenza militare Usa nel pianeta, prevarrà una politica che tenta, con un’accelerazione pilotata, di acquisire vantaggi immediati giocando d’anticipo sul ciclo in declino".

E conclude: "se il risultato delle due tattiche - il crollo ineluttabile nel lungo termine - è scontato, non è dato prevederne le destabilizzazioni che provocheranno sul breve termine.

E che riguardano soprattutto la loro colonia-avamposto sul fronte di prima linea: purtroppo la nostra Europa".

Che lo show abbia inizio, dunque. E i risultati, qualunque essi saranno, sposteranno più in là la resa dei conti, con la speranza che sempre accompagna i cambiamenti. 

Ma dobbiamo sapere che il Game Over per gli Usa è certo. Prima l'Europa prenderà radicalmente le distanze da quel mondo - militare, culturale, economico - prima potrà sperare di risorgere in una European Way Of Life. Ammesso, e per ora non affatto concesso, che ci sia tale coscienza, dalle parti di Bruxelles e degli Stati Nazionali a essa inginocchiati. In caso contrario siamo destinati, come tutte le colonie, a seguire le sorti e a finire né più né meno che come i colonizzatori.

Valerio Lo Monaco

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