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Siria. Un’altra giornata di stragi

Tre distinti attentati esplosivi hanno seminato la morte in Siria, ad Hama e Damasco. Quello di Hama, stando a fonti ribelli, avrebbe causato 50 morti fra militari e milizie pro Assad di stanza presso un checkpoint, potrebbe quindi essere il più sanguinoso dall’inizio della rivolta, anche se il governo fino ad ora ha confermato solo due vittime.

Se l’attentato di Hama può essere considerato una azione di guerra, avendo la tonnellata di esplosivo colpito un legittimo obiettivo militare, non altrettanto può dirsi degli attentati di Damasco dove le vittime, di numero imprecisato, sono civili e comprendono, almeno, una donna e tre bambini.

Questi atti, che nulla hanno da invidiare alla repressione messa in atto dal regime di Assad, sono dei veri e propri crimini di guerra che hanno ormai cadenza quotidiana, pur passando nell’indifferenza atlantista che non spende sufficienti parole di condanna o prese di distanza, incapace com’è di mutare rotta nella fallimentare gestione della crisi e finalmente accettare una soluzione negoziale.

Una soluzione che, per il premier russo Medvedev, deve provenire dal popolo siriano, non da «altre forze», e si può ottenere solo «attraverso il dialogo politico fra governo e forze di opposizione» passando per l’organo governativo ad interim discusso a Ginervra. La cui composizione deve, però, essere decisa dai soli siriani, e non «da noi (russi), né dagli americani e neppure dagli arabi»: questa è la visione del governo che “appoggia” il regime. Dagli Stati Uniti, invece, silenzio di fronte ai continui massacri di civili, almeno da quando non possono più essere imputati al solo Assad.

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