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L'Europa non è - non deve essere - l'euro

L’altro ieri questo giornale online faceva correttamente osservare che nel match televisivo fra Bersani e Renzi non si è parlato del problema dei problemi, la speculazione finanziaria internazionale da cui derivano pressoché tutti i nostri mali. Da parte mia, noto che, pur attraversando una crisi strutturale e di credibilità gravissima, anche l’idea di Europa viene relegata ai fatti dati per scontati. Un fatto non nuovo, che deriva dall’accettazione fideistica, del tutto irrazionale, in sostanza stupida, dell’Europa così com’è – un’unione valutaria fondata su una moneta-debito funzionale al sistema bancario – e non dell’Europa come dovrebbe essere

Lasciatemi volare al di sopra delle beghe pseudo-politiche e sognare un po’. Il punto di partenza non può essere che ripartire dalla comunità popolare. Cos’è una comunità, oggi? Di contro alla globalizzazione omologatrice, sappiamo bene che il principio-guida è l’opposto, la localizzazione. È più semplice riscoprire l’amore per la terra su cui si cammina quotidianamente, che si conosce a fondo e che costituisce il raggio visivo dei propri bisogni, piuttosto che ricostruire l’affetto verso una patria che, almeno nel caso degli Stati europei, ha perduto ogni legittimità nel momento in cui ha disconosciuto e svenduto la sovranità propria e altrui (con l’Europa monetarista o con le pelose ingerenze “umanitarie”). C’è tutto un lavoro, lungo e faticoso, di riconoscimento del proprio spazio locale. Che deve diventare ideale, cioè misura e scopo dell’identità. È come ritrovare il baricentro ancorandolo alle solide fondamenta di ciò che è più vicino e percepito come inevitabilmente nostro. Se questo spezza l’unità e la fiducia negli attuali Stati, che sia. 

Ma un localismo che non intenda ridursi soltanto ad un nuova frontiera culturale di pura testimonianza, dovrebbe porre le basi di un progetto politico. Se mi limitassi al “muoia Sansone con tutti i filistei”, invocando la frantumazione in piccole patrie locali senza guardare alle prevedibili conseguenze, peccherei di un’ingenuità abbastanza grossolana. È evidente, infatti, che sarebbero gli Usa a trarre beneficio da un ulteriore indebolimento delle potenze nazionali, già malconce per l’esproprio di sovranità tramite l’Euro e la politica economica pilotata da Bruxelles e dalle burocrazie sovranazionali (Bce, Fmi, ecc). Gli Stati Uniti sono il nemico in casa. Tramite la Nato e le installazioni militari del Pentagono, Washington ci controlla a vista e ha tutto l’interesse che l’Europa rimanga zoppicante e su un piede di inferiorità. Per realismo, perciò, all’istanza esistenziale e antropologica di ritorno alla piccola dimensione deve accompagnarsi l’inquadramento in un’Europa delle regioni, delle città, dei popoli. Un’Unione Europea forte e indipendente rappresenta l’ombrello necessario per proteggere lo sbocciare dell’orgoglio localistico. Un ombrello, sia detto senza giri di parole, nucleare, seppure solo in funzione di difesa e deterrenza e non certo di offesa (vorrei tanto che si potesse fare a meno della diavoleria più distruttiva che l’uomo moderno abbia mai inventato, la bomba atomica; ma se gli Americani la brandiscono come minaccia perenne non si può farne a meno, piaccia o non piaccia. A me non piace, eppure tant’è). 

L’Europa agli Europei, dunque. Non dimentichiamoci, infatti, che abbiamo una popolazione più che doppia rispetto alla statunitense, siamo la prima potenza commerciale del pianeta e produciamo un quarto del prodotto interno lordo mondiale. Per poter pensare di affrancarci dagli yankee e al tempo stesso tenere a bada la minaccia cinese, bisognerebbe rifondare su basi più strette e sincere il nostro rapporto con la Russia, accogliendola come alleata. L’orso russo va preso per quello che è, compresi gli aspetti difficili da mandar giù (vedi il genocidio ceceno). Ma annodare una stabile cooperazione economica e politica con un grande popolo, mezzo europeo e mezzo asiatico, come sono i Russi, va senz’altro nella direzione giusta. 

Una seconda mediazione possibile sarebbe conservare le statualità tradizionali, la Francia, la Germania, la Spagna, l’Italia, ma esclusivamente come tramite fra livello di autogoverno locale, che gestirebbe il grosso del potere, e il livello di protezione europeo, a cui sarebbero demandate mirate funzioni federali (esercito, moneta continentale con doppio corso rispetto alle valute locali, limitato corpo di leggi emesse da una “dieta” di rappresentanti-ambasciatori). Il nostro paese, che come nazionalità ha senso in quanto mosaico di differenze, sarebbe già pronto su questa via, se si togliesse di dosso l’auto-convincimento di essere una nazione. 

Il qui e ora è ritrovare un senso per l’Europa. Che senso potrebbe avere l’Europa se la liberassimo dall’oppressione finanziaria e dalla sudditanza atlantista? Uno eminentemente culturale: creare un modello di vita alternativo sia al capitalismo finto-democratico di stampo americano sia al capitalismo autoritario di tipo cinese. La Grande Europa potrà riacquistare una missione solo quando riconoscerà nei propri geni storici il carattere umanistico della sua civiltà. Fondendo il particolare, con la sua concretezza, con l’universale - compito supremo di rendere realizzabile un’umanità riconciliata con la natura. Che è esattamente quanto fecero gli antichi Romani, che mai schiacciarono sotto un’omologazione forzata i popoli assoggettati ma ne rispettarono le diversità, limitandosi a unirli sotto un’unica legge, una stessa moneta e un solo centro politico-militare. Non solo, ma diffusero in tutti i loro domini la cultura che rappresenta la vera radice attuale dell’Europa: la grecità. Roma e Atene: questi i modelli a cui guardare. Poi si aggiunse Gerusalemme, che costituì l’agognata capitale religiosa del Sacro Romano Impero medievale. Ma oggi il sionista Israele è una delle teste del mondialismo a guida americana, e perciò un ostacolo alla liberazione europea. Il cattolicesimo, dal canto suo, ha di fatto aderito all’ordine di disvalori materialistici della globalizzazione (e al massimo briga per contrastare il ferreo controllo dei burocrati di partito cinesi sulle chiese cristiane). No, l’Europa tornerà ad avere un senso quando riscoprirà una missione laica e prettamente europea: ridare dignità e libertà alle sue genti. La nostra Europa non è l’euro. 

Alessio Mannino

PRIMARIE DI QUA, DI LÀ, DI SU E DI GIÙ

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