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    martedì
    dic112012

    SANITÀ NEL MIRINO: RE GIORGIO ALZA IL TIRO

    In apparenza difende il SSN, ma poi butta lì un riferimento avvelenato. All’articolo 32 della Costituzione

    Dopo Monti, Napolitano. Il gioco di squadra fra i due continua imperterrito, come peraltro è nella logica delle cose, e a distanza di un paio di settimane dalle allarmanti dichiarazioni del presidente del Consiglio sulla sanità pubblica arrivano quelle del presidente della Repubblica.

    Il filo conduttore è analogo: da un lato si celebrano a gran voce i meriti dell’assistenza gratuita – o sedicente tale, visto che poi l’inefficienza e i ritardi del sistema spingono molti cittadini a rivolgersi, a prezzo pieno e di tasca propria, alle strutture private – ma dall’altro si paventa il rischio di non poterla garantire nel medio-lungo periodo, a meno che si apportino dei correttivi. Che secondo questa visione non potranno esaurirsi nel ridurre gli sprechi, o le ruberie, ma che dovranno comportare nuove forme di finanziamento. E quindi, per farla breve, una più pesante contribuzione ai costi da parte di chi fruisce delle cure.

    Delle sortite di Monti abbiamo già scritto a più riprese (qui e qui) chiarendo che questi interventi verbali sono i passi iniziali verso la privatizzazione del settore, che magari procederà lentamente ma che è un obiettivo strategico dell’offensiva neoliberista e che, quindi, verrà perseguita a oltranza. Mentre il premier, però, si era limitato a invocare le difficoltà di carattere economico, senza contestare – per ora – il principio della gratuità generale, oggi il Capo dello Stato alza decisamente il tiro.

    Non che lo faccia subito, perché allora l’insidia contenuta nelle sue parole balzerebbe agli occhi, ma ci arriva per gradi. La prima considerazione è un richiamo, ineccepibile, a introdurre «regole e controlli più severi e oculati di quanto si sia fatto per lungo tempo». La seconda è già più opinabile, specie in mancanza di precisazioni sugli importi ai quali ci si riferisce: «chi ha maggiore possibilità di contribuzione» dovrebbe partecipare ai costi delle cure ricevute in base alla «sua effettiva capacità di reddito». La terza, infine, è quella decisiva.

    Sia pure nei suoi soliti modi curiali, che in troppi continuano a scambiare per i segni inequivocabili della sua affidabilità istituzionale, Napolitano sottolinea che l’assetto odierno «è andato anche al di là del dettato dell'art. 32 della Costituzione». Il riferimento è al primo comma, che recita quanto segue: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti». Il passaggio chiave, come avrete già notato, è quello finale. Perché si presta a essere preso come alibi, del massimo rango normativo, per rimettere in discussione l’approccio corrente, riducendolo via via da architrave indiscutibile di un welfare generalizzato a misura d’emergenza.

    Tanto per cambiare, è esattamente la concezione che prevale negli Usa. Dove il programma Medicare di Obama è stato approvato a fatica e presentato come una rivoluzione epocale, benché non vada al di là di una ridotta estensione della copertura sanitaria per i cittadini meno abbienti, i quali non sono in grado di permettersi né le salatissime polizze assicurative in campo sanitario né le esose fatture degli ospedali a pagamento.

    Napolitano ce lo ricorda quasi en passant, e anche in questo ricorda il Monti che i suoi dubbi sulla futura sostenibilità del SSN li tirò fuori nel corso di un banalissimo collegamento per l’inaugurazione di un centro biomedico a Palermo. Eppure il messaggio suona tutt’altro che casuale: la sanità pubblica gratuita per tutti non è prevista dalla Costituzione.

    Prendere nota, prego. A futura memoria.

    Federico Zamboni

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