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La truffa sui derivati è la stessa truffa della liberal-democrazia

Il primo livello è evidente. Sempre che non venga rovesciata in Appello, o in Cassazione, la sentenza emessa ieri a Milano è importantissima di per sé: perché stabilisce che le banche hanno l’obbligo di informare davvero, e non solo in termini formali, sui rischi insiti nei prodotti finanziari che vendono ai loro clienti. Specialmente quando, come nel caso dei derivati, quei rischi sono tanto cospicui quanto sfuggenti, essendo racchiusi negli strambi parametri che determineranno l’esito finale del contratto.

Simmetricamente, quindi, si afferma anche un altro principio fondamentale, che essendo però implicito, e addirittura involontario, non viene colto: gli acquirenti possono non essere in grado di giudicare gli investimenti che fanno, e se questo è vero per dei funzionari pubblici come quelli del Comune di Milano, che peraltro è uno dei più importanti d’Italia, lo è ancora di più per i privati cittadini. Essi, pertanto, devono essere tutelati in modo particolare, attribuendo alle banche e affini il compito di renderli effettivamente consapevoli dei pro e dei contro delle operazioni che si accingono a sottoscrivere.

Domanda (retorica): ma è un problema che esiste solo in ambito finanziario?

Risposta: assolutamente no. La questione sussiste in moltissimi altri settori dell’economia e addirittura, come stiamo per vedere, alla base stessa del sistema politico, fintamente democratico, in cui viviamo. L’inganno, in entrambi i campi, poggia sul dare per scontato che allo scoccare della maggiore età il cittadino-consumatore-elettore sia in grado di operare delle scelte responsabili.

In teoria lo si sta valorizzando, riconoscendogli il diritto universale di decidere da chi vuole essere rappresentato/governato e di  spendere i suoi soldi come meglio gli aggrada. Di fatto lo si sta gettando in pasto ai professionisti dell’uno e dell’altro business: quello palese dell’economia (il “libero mercato”) e quello occulto della politica (la “libertà di voto”).

Gli esempi si sprecano, e d’altronde basterebbe considerare le tecniche utilizzate dal marketing, ormai onnipresente, per avere l’assoluta certezza dell’incolmabile divario di competenze che separa gli imbonitori in servizio permanente effettivo dal loro stimatissimo pubblico. Ma citiamone almeno un paio, di questi raggiri imperniati sul falsissimo presupposto che ognuno sia perfettamente in grado di valutare da sé: uno, il gioco d’azzardo; due, la pseudo informazione dei media di massa e in particolare di quelli televisivi del duopolio Rai-Mediaset.

Il messaggio essenziale che dovrebbe essere rivolto a tutti, se si volesse preservarli dalle conseguenze negative cui vanno incontro, è che sono mondi irti di insidie e di trabocchetti, in cui si entra a cuor leggero ma nei quali si può facilmente finire risucchiati. Nel caso del “gioco” ci si rimetteranno dei quattrini, fino al punto estremo, ma non troppo infrequente, di rovinarsi. In quello della “informazione” il danno non sarà materiale, o almeno non direttamente e non nell’immediato, ma tutt’altro che irrilevante, visto che porterà a innumerevoli valutazioni errate a cominciare, appunto, da quella cruciale di ritenersi capaci di orizzontarsi nella realtà quanto mai complessa delle società contemporanee solo perché si seguono assiduamente i tg e i talkshow.

La mistificazione dovrebbe essere evidente, ma purtroppo non lo è. O almeno non lo è quanto servirebbe per spingere la collettività  a ridiscuterne i postulati fuorvianti e a darsi da fare per eliminarli. D’altro canto, è un classico circolo vizioso: gli stessi che sono manipolati fin da bambini, venendo illusi di vivere in una società fondamentalmente corretta di cui possono comprendere e padroneggiare le regole e i meccanismi, dovrebbero essere quelli che si accorgono della manipolazione e si attivano per rimuoverla.

Auspicabile, certo. Ma non proprio verosimile.

Federico Zamboni

EVVIVA EVVIVA BUANA MONTI

Il Ribelle.Qui del 20/12/2012