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Quelli del Boscaccio (altro che lotta contro il fumo)

Chissà se sarebbe riuscito, Maigret, a risolvere i numerosissimi casi di omicidio senza la sua pipa. E chissà se avrebbe avuto le intuizioni risolutive, senza tutte le soste che, a partire già dal primo mattino, usava fare nei vari bistrot per un calvados o, meglio ancora, interi boccali di birra. Oggi, un tipo così lo bollerebbero con l’inglorioso epiteto di etilista, oltre che con quello più mite di tabagista, e sempre oggi, un tipo così, ostacolato nei suoi vizi, non diventerebbe un virtuoso.

Cosa ne sarebbe stato poi del “Baffo”, cioè di Guareschi, se non si fosse infilato nella coltre di fumo azzurro per battere a macchina storie semplicemente meravigliose? Con lui, persino quella tempesta di don Camillo fumava; magari non spesso, ma volentieri sì, perché il sigaro, essendo la ricompensa per una buona azione, doveva sudarselo e meritarselo, malgrado il caratteraccio che si ritrovava.

La storia, tuttavia, è piena di personaggi legati sentimentalmente al tabacco, ma certamente anche di persone qualsiasi; anzi, fino a un paio di generazioni fa, non solo sembrava che tutti fumassero – dai ragazzini di dodici anni fino ai loro nonni, che tenevano tra le dita, con lo spillo per assaporarla fino in fondo, l’ultima boccata di una vita agli sgoccioli – ma si poteva farlo ovunque: nei cinema, sugli autobus, persino negli ospedali dove non era inconsueto trovare un camice bianco con la sigaretta penzolante dalla bocca. A essere onesti, è vero che allora non si conoscevano affatto le disastrose conseguenze del fumo, ma poi, grazie al progresso scientifico, in un breve lasso di tempo siamo diventati un Paese di asmatici. Così, da quando è iniziata la battaglia al fumo, nelle sigarette, che fino a una ventina d’anni fa contenevano ancora tabacco non tagliato e dunque più “sano”, sono stati immessi degli additivi altamente cancerogeni per fare combinare gli interessi, apparentemente in conflitto, dello Stato e delle società multinazionali. 

Nelle ultime ore, sulla scia dell’Australia, che ha reso, per legge, “anonimi” i pacchetti di sigarette, privandoli del logo, anche la Commissione Europea ha trovato la forza di inasprire la lotta al tabagismo, architettando nuovi futuri emendamenti e magari, perché no, proibendo la vendita delle “slim”, le sigarette meno sigarette che ci siano sul mercato; in Italia, per essere alla pari con la sudditanza straniera, Ignazio Marino, in combutta con l’onorevole Tomassini, oltre a questo provvedimento ha previsto la presenza di un bugiardino in ogni pacchetto. La mossa vincente per scrollare le coscienze (e le tasche) dei più incalliti tabagisti, tuttavia, sarà l’incremento del prezzo, che gonfierà di miliardi le entrate dello Stato, sempre in affanno per la sua, di “salute”.

Nonostante tutte le avversità, fisiche ed economiche, cos’è dunque che spinge molti a non abbandonare il dannato vizio? Forse la compagnia del fumo che, tra tutte, resta quella perfetta: invisibile, silenziosa e presente; forse la nebbia del sigaro, che si avvolge attorno a un pensiero particolare, quasi a celarlo e  proteggerlo; infine forse l’indolenza che, insieme all’attenzione, rende il gesto tremendamente elegante. Certo, queste motivazioni hanno ben poco a che fare con gli avvertimenti medici sui rischi che si corrono, ma come si sa il principio della realtà e quello del piacere di rado coincidono.

Fumare fa male, è un fatto conclamato; però fa male anche il “diritto alla salute”, divenuto com’è quasi un comandamento, nella nostra società del “benessere”, e fanno male i salutisti ad oltranza, che vivono da malati per morire sani, con la loro cupa mentalità che li porta a sovrapporre la vita materiale al suo significato esistenziale; infine, fa malissimo l’informazione mediatica – che ai risultati della scienza fa da portavoce (del malaugurio) – suggerendo l’intolleranza verso tutti coloro che, trasgredendo i dettami scientifici, e a volte contraddicendone addirittura i pronostici peggiori, preferiscono ancora scegliere “vivere incautamente”.

Questi trasgressori morali, poi, spesso, sono gli stessi che, ignorando concetti quali colesterolo e dintorni, amano l’abbondanza della tavola e la convivialità del bere forte; svuotano doverosamente l’ennesimo calice – sempre l’ultimo – perché “sennò porta male”, e si gettano nell’azzardo, confidando nel Fato più che nella causalità. Ci sono, però, gli ultimi romantici, che hanno ancora l’ardire di decidere con la propria testa sulla quale è ben calcato un cappello alla “Diotifulmini”. Sono sanguigni, generosi, irriverenti e sembrano proprio usciti dal Boscaccio di Guareschi. 

Fiorenza Licitra

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