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USA: in calo le esecuzioni. Ma è solo business

Trentasei anni dopo che la Suprema Corte americana ha sancito la reintroduzione della pena di morte, il suo utilizzo negli USA sta declinando. I pubblici ministeri e le giurie stanno privilegiando sentenze di ergastolo per i reati più gravi. Un dato di fatto provato dalle statistiche: nel 2012 solo in nove stati si sono effettuate delle esecuzioni, il dato più basso degli ultimi vent’anni, e in generale il numero delle sentenze di morte quest’anno è sceso a un terzo di quelle emesse nel 2000.

La versione ufficiale, rilasciata da Richard C. Dieter, direttore esecutivo del Death Penalty Information Center, è che i dubbi sulla reale colpevolezza degli accusati, e quindi il timore di commettere un errore giudiziario che costi la vita a un innocente, cominciano a pesare sulle giurie e sui pubblici ministeri. In più c’è un fatto culturale: la stragrande maggioranza delle persone ripone grande fiducia sulla prova del DNA, e sa che essa ha già contribuito al proscioglimento di numerosi accusati. Da qui la prudenza delle giurie.

Il trend sta coinvolgendo anche le legislazioni statali. Sulla carta, la maggioranza degli stati USA (33) prevede la pena capitale. Ma incominciano le defezioni. Quest’anno il Connecticut l’ha messa al bando, seguendo la scia di altri cinque stati negli ultimi cinque anni: Illinois, New Jersey, New Mexico e New York. E i più accaniti nell’utilizzo della soppressione dei condannati, Indiana, North Carolina, South Carolina e Virginia, quest’anno non hanno emesso alcuna sentenza di morte. Solo quattro gli stati più rigidi e severi da questo punto di vista: i tre quarti dei condannati a morte nel 2012 sono stati sottoposti a giudizio in Arizona, Mississippi, Oklahoma e Texas.

Un improvviso rigurgito di diritto e umanità negli Stati Uniti d’America? Una rinuncia graduale, sulla spinta di una più evoluta coscienza civile e umana da parte del popolo yankee, usualmente tutto pistole e vendetta? Figuriamoci. Al di sotto delle chiacchiere, che prendono questi promettenti dati statistici come pretesto, c’è (come ti sbagli?) del puro e semplice business. La vera ragione dell’incipiente declino della pena di morte risiede anzitutto nelle enormi spese che questa comporta per le casse pubbliche. Gestire gli apparati e le forniture per le esecuzioni è costoso, e in gran parte dei casi i condannati fanno, comprensibilmente, appelli su appelli, appesantendo le spese del comparto giustizia.

Una voce dal sen fuggita da parte di Stan Garnett, procuratore distrettuale della contea di Boulder, la dice lunga: «bisogna che i miei cari concittadini sappiano», ha scritto in un articolo, «che la mia opposizione alla pena di morte non è di tipo filosofico o morale. La ritengo impraticabile semplicemente perché costosa, impegnativa in termini di tempo, e spesso eseguita in modo scorretto». Paradigmatico il caso del Colorado, dice, che nel 1994 ha speso 18 milioni di dollari solo per gestire gli appelli dei vari condannati a morte. Insomma, money is money, time is money, la gente non dovrebbe opporre così tanta resistenza a farsi ammazzare, e poi, perbacco, non ci sono più i boia di una volta.

Garnett è forse uno dei pochi a dire le cose in modo così disgustosamente trasparente. In altri casi le varie altre autorità interpellate fanno un sorprendente esercizio di democristianismo all’italiana. Il giudice supremo della California, ad esempio, glissa sugli aspetti morali della questione e la mette giù sull’efficacia, chiedendosi se davvero la pena capitale serva oppure no. Nonostante il suo ruolo, sembra ignorare che in decenni di esecuzioni, la criminalità, specie quella più efferata, negli USA è in continuo aumento.

Come sempre, a ben vedere, gli americani restano sulla superficie delle cose. La radice dei costi legati alle pene di morte non è solo nei costi delle esecuzioni, tali a volte da impedire alle amministrazioni l’acquisto degli intrugli letali da iniettare ai condannati, o nella gestione degli appelli, ma al sistema giudiziario stesso degli Stati Uniti. Lì la politicizzazione della magistratura è strutturale e costituzionalmente sancita. I pubblici ministeri fanno più carriera, quindi potranno mirare a diventare governatori o arrivare alla Casa Bianca, quanti più sono i processi che “vincono”, ossia che terminano con una condanna. E se si tratta di condanne a morte, secondo il deviato senso della giustizia made in USA, la carriera è ancora più veloce. Così, quando si tratta di incastrare qualcuno, chiunque sia, innocente o colpevole, per sbatterlo nel braccio della morte, gli accusatori non badano a spese.

Ma soprattutto, dietro questo calo delle pene di morte e al proporzionale aumento degli ergastoli ci sono le sempre più efficaci pressioni delle lobby carcerarie: negli USA sempre più penitenziari sono gestiti da società private, che si fanno pagare dall’amministrazione pubblica un tanto a galeotto. Da questo punto di vista, la rinuncia graduale alle esecuzioni a favore delle carcerazioni non ha nulla a che fare con la morale o il progresso civile del popolo americano, ma è un mero tentativo di spostare i poderosi fondi allocati sul capitolo “giustizia” (virgolette non casuali) dai bracci della morte alle casse delle società che gesticono le varie prigioni. Questi sono gli USA, bellezza.

Davide Stasi

Quelli del Boscaccio (altro che lotta contro il fumo)

Il Ribelle.Qui del 21/12/2012