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Sanità privata: un altro passettino di Monti

L’obiettivo strategico lo abbiamo già indicato nei giorni scorsi, e quello rimane: modificare l’assistenza sanitaria italiana nel segno di una crescente privatizzazione.

Analogamente, dai microfoni della nostra web radio (qui), abbiamo anche chiarito quale sia la tattica che si intende seguire. E che, così come è accaduto in altri ambiti dal lavoro alle pensioni, si snoda a forza di piccoli spostamenti successivi, passando un po’ per volta dalle istanze di mero ammodernamento delle impostazioni precedenti a una loro revisione così profonda da equivalere a un’abiura.

Nel caso specifico, però, siamo ancora alle mosse iniziali, e quindi il processo è appena accennato. La dimensione in cui ci si muove è ancora quella delle riflessioni – pacate, problematiche, solidali – sulla difficoltà di mantenere inalterato l’assetto attuale, che per una serie di motivi starebbe diventando sempre meno sostenibile. Il messaggio, ovvero la manipolazione, è appunto che le modifiche vadano apportate non già per scardinare il modello esistente ma, al contrario, per rafforzarlo. E se poi, ahimè, questo consolidamento non si può proprio ottenere a costo zero, ossia senza nessuna ripercussione negativa sulla generalità degli utenti, allora vuol dire che bisognerà fare di necessità virtù. Ossia abbassare le aspettative (le pretese) e adattarsi a una tutela minore.

Quanto minore? Chissà. Una volta che si sia fatto accettare il principio che in materia di welfare tutto può essere modificato, in forza delle sopravvenute esigenze della finanza pubblica, il ridimensionamento è potenzialmente sconfinato. Magari graduale, per attenuarne l’impatto e, soprattutto, per occultarne la natura progettuale in senso neoliberista, ma in ultima istanza senza limiti.

All’interno di questa prospettiva generale, il compito di fare da apripista se l’è assunto proprio Mario Monti, che anche in quest’ambito cerca di sfruttare l’immagine di salvatore della Patria, le cui posizioni potranno anche essere sgradevoli ma tuttavia, come confermerebbe il quasi dimezzamento dello spread, o prima o dopo conducono a dei risultati positivi.

Come abbiamo ricordato, siamo ancora a inizio partita e quindi non si va al di là degli accenni preliminari, ma è significativo che gli interventi si vengano ripetendo a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro. L’ultimo della serie, dopo l’inquietante sortita di Palermo (qui e qui) e la successiva marcia indietro per negare l’intenzione di privatizzare il settore, ecco arrivare delle ulteriori dichiarazioni. Con le quali si aggiungono due elementi, entrambi a futuro sostegno della rivoluzione finale. Il primo è quello, da affiancare alla scarsità di risorse dell’erario, della maggiore longevità dei cittadini: «Si invecchia stando in salute più a lungo rispetto al passato. La nostra sanità pubblica ha dato un contributo determinante al conseguimento di questo grande successo. Ora, anche in virtù del proprio stesso successo, essa è chiamata a ripensarsi in vista di una rimodulazione fatta di innovazioni e adattamenti di cui dobbiamo avere consapevolezza. Dobbiamo insomma imparare a gestire il divenire del processo demografico in modo più esigente».

Il secondo, che riprende un leit motiv della propaganda neoliberista, spaccia le imposizioni dannose per una nobile sfida. Che è innanzitutto morale, all’insegna del coraggio e del senso di responsabilità, ma che poggia su una lucida presa d’atto dei mutamenti in corso e che, sullo slancio di caratteristiche tanto apprezzabili, andrebbe condivisa volentieri e senza alcun patema: «La nostra mentalità è chiamata a fare i conti con nuove prospettive, nuove visuali. Il conservatorismo non è prerogativa di un'età della vita, bensì di una data stagione, di una certa collettività. C'è bisogno di vincere la chiusura mentale al cambiamento».

Non vi sentite entusiasti, di fronte a scenari così suggestivi? Siete i soliti pusillanimi, viziati da uno Stato assistenzialista e sprecone.

Federico Zamboni

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