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    lunedì
    feb132012

    Monti. La vera musica dietro la grancassa USA

    I peana statunitensi a Mario Monti si possono anche liquidare in poche battute come il riflesso di un meccanismo autoreferenziale – e lo abbiamo fatto nel breve commento di venerdì, definendo la glorificazione USA «talmente spudorata da diventare grottesca» – ma naturalmente c’è anche molto altro. 

    Aspetti di cui per un verso ci si guarda bene dall’offrire le effettive chiavi di lettura, almeno nei resoconti apparsi su alcuni dei principali quotidiani italiani, ma che per l’altro vengono rivelati con assoluta disinvoltura, e persino con palese compiacimento, in una deriva agiografica che è arrivata a coinvolgere, purtroppo, giornalisti di ottime capacità come Federico Rampini e Vittorio Zucconi, entrambi (e il dato non è per nulla casuale) di Repubblica.

    Il vizio fondamentale è presto detto: spacciare la visita oltreoceano del presidente del Consiglio come un tentativo di ottenere il consenso della Casa Bianca e degli ambienti finanziari che contano, laddove invece quel consenso esiste a priori, visto che Monti è stato portato a Palazzo Chigi da Napolitano e sono palesi i rapporti di “amicizia” che legano quest’ultimo a Washington. Già nel maggio 2010, quando il capo dello Stato si affrettò a volare negli Stati Uniti, accogliendo di gran carriera l’invito, o la convocazione, di Obama, scrivemmo (qui) che “il presidente della Repubblica ha osservato che si aspetta di avere  «uno scambio di opinioni molto amichevole su temi scottanti che sono anche al centro dell'attenzione degli Stati Uniti». Quali siano questi «temi scottanti» non ci vuole un genio a immaginarselo, ma è lo stesso Napolitano a specificarlo: «le questioni dell’euro, delle turbolenze monetarie e finanziarie in Europa, del dibattito in seno all’Unione Europea, anche delle discussioni non facili tra i leader europei, tra i rappresentanti dei governi nazionali»”.

    Questo ribaltamento della realtà, che mistifica come una richiesta italiana di accreditamento quello che in effetti è solo un pubblico attestato degli ordini già eseguiti, nonché una legittimazione preventiva per gli sviluppi successivi della missione, si ritrova perfettamente, ad esempio, nelle parole di Lucia Annunziata. In un editoriale pubblicato sabato dalla Stampa (qui), prima si dà atto che «La chiave di volta della sua ospitalità è iscritta in realtà nelle novità segnalate dalla agenda del premier in questi giorni. A differenza di quanto sempre avvenuto con altri premier in passato, Monti in effetti ha speso molto meno tempo con le istituzioni politiche – Congresso, governo, Onu –, per investire la maggior parte delle energie nel comunicare direttamente con altri luoghi del potere, think tank come il Peterson, i maggiori media, come la Cnbc di Maria Bartiromo, il Time, il New York Times, e gli investitori di Wall Street, che hanno la capacità di influenzare direttamente le opinioni più vaste del mercato. Non è un caso che il più lungo incontro “politico” sia stato delegato al ministro degli Esteri Terzi che ha trascorso con Hillary Clinton più tempo di quanto Monti con Obama. Così come non un caso è che per ricevere il professore italiano a New York siano scesi in campo i big della finanza, da Bloomberg a Soros», ma subito dopo si ribadisce l’assunto fuorviante secondo cui «La vera missione di Mario Monti in America, detta in maniera un po’ poco caritatevole, è stata fin dall’inizio dunque quella di “venditore”, di un uomo che alla fin fine era lì per convincere della nostra affidabilità quegli stessi mercati che ci avevano condannato».

    Analogamente, Vittorio Zucconi sottolinea che «a Wall Street dove gli entusiasmi si contano in soldi e non in parole, osa ancora parlare di "miracolo italiano", l'attesa per Monti l'Americano è acuta, quasi preoccupante. Nelle stanze della grande finanza e dei circoli che contano e muovono i miliardi senza riguardi per la politica, è ben conosciuto, è stato "one of the boys", uno di loro, rispettato e riverito».

    Appunto: Monti è tuttora (non solo «è stato») un uomo affine, come minimo culturalmente ma di fatto anche in termini operativi e strategici, alle «stanze della grande finanza e dei circoli che contano e muovono i miliardi senza riguardi per la politica». Il suo ruolo istituzionale, così come per i governatori delle banche centrali dalla Bce in giù, non è altro che una veste differente all’interno della medesima prospettiva, e rispetto ai medesimi obiettivi. 

    Non segna affatto una diversità – e quindi un disallineamento, e men che meno una alterità e una contrapposizione – rispetto alle oligarchie finanziarie. Contrassegna invece un travestimento, che lo rende ancora più subdolo e pericoloso. Perché illude la popolazione di aver trovato un paladino, così da impedirle di comprendere che è finita nelle mani di un emissario dell’impero liberista.

    Federico Zamboni

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    Reader Comments (1)

    sono d'accordo al 110% purtroppo certe analisi non appariranno mai sulla stampa"che conta" nei tg o nelle
    inchieste televisive.

    lunedì, febbraio 13, 2012 | Registered CommenterCarlo Tognon
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