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Finire come la Grecia? Peggio: come gli USA

Lo spauracchio, ormai da più di due anni, è la Grecia. Col tracollo del suo debito pubblico, con il Pil in caduta libera, e con tutto quello che ne sta conseguendo in termini di licenziamenti di massa, di abbattimento dei salari, di tagli forsennati alla spesa sociale e di violente, sacrosante manifestazioni popolari di protesta. 

Facendo leva sul tabù per eccellenza, il default, e su quello accessorio dell’uscita dall’euro, si preme sulle altre nazioni esposte a dinamiche simili per indurle a una totale sottomissione ai diktat della Trojka. Detto in due parole: la priorità è ripagare i debiti, e delle ripercussioni sui cittadini chi se ne frega. Essi hanno consentito che accadesse, ed essi devono pagarne il fio. Che è un po’ come sterminare i siciliani solo perché, nel loro insieme, non hanno a loro volta sterminato i mafiosi. E sorvolare invece sulle nostre Cupole, sui nostri capi mandamento, e capibastone, e via discendendo nella gerarchia dei malfattori travestiti da classe dirigente. Una gerarchia al contrario: i responsabili sono solo quelli che stavano sotto, e sono loro a dover pagare; quelli che stavano sopra, e che magari ci stanno ancora, non li tocca nessuno. Loro si sono solo sbagliati. Cose che succedono. Rischi del mestiere. Niente di che.

Ma la Grecia è appunto uno spauracchio. Qualcosa che si agita per atterrire i creduloni, ed evitare che riflettano a mente fredda. L’obiettivo è spaventarli a tal punto da indurli ad accettare qualsiasi cosa, come alternativa. Rispetto alle morte certa – il default, l’uscita dall’euro, l’isolamento dal “ricco” Occidente, il riflusso nel limbo, o nell’inferno, dei Paesi poveri – qualunque terapia diventa preferibile: i bombardamenti a tappeto degli antitumorali, le degenze di lunghissima durata, persino qualche dolorosa, indispensabile amputazione. L’importante è sopravvivere. E il resto si vedrà.

Così, i più discutono dei disastri da evitare e tralasciano quelli ai quali andiamo incontro, seguendo le istruzioni di chi ci spiega il da farsi. Da una parte c’è l’abisso del fallimento di Stato. E dall’altra? Dall’altra, per ora, ci sono le facce sorridenti di quelli che lodano Monti per la bontà del suo operato. Barack Obama in testa: «Mario (col nome di battesimo, come tra vecchi amici – NdR) il lavoro che stai facendo in Italia è eccezionale. Mi è piaciuta la tua partenza a razzo. Hai tutto il mio sostegno». 

Magnifico. Ma visto che le parole arrivano dal presidente degli USA, non sarebbe il caso di chiedersi come mai siano tanto cariche di entusiasmo? E non sarebbe necessario, ancora di più, domandarci perché dovremmo riconoscere agli Stati Uniti una funzione di leadership, fino a innalzarli a massima autorità da cui ottenere un placet alle nuove linee di organizzazione socioeconomica? 

Dritti al punto: che cosa abbiamo da apprendere, da ricalcare, da assorbire, da una società come quella statunitense? Di fronte ad Obama, e a chiunque altro occupi quella sua stessa carica che, per limitarci agli ultimi decenni, è finita via via nelle mani dei vari Nixon, Reagan, Clinton e Bush (padre e figlio), bisognerebbe prendere subito le distanze. Consci che ci troviamo al cospetto dei leader di una nazione tanto arrogante quanto cinica, la cui organizzazione sociale si basa, fino a rivendicarla, su una profonda, spietata e insormontabile iniquità nella distribuzione della ricchezza. E persino, al di là dell’abile ma posticcia seduzione dell’American Dream, nell’offerta di opportunità di ascesa, che non possono essere certo dimostrate, ed esaurite, negli exploit di una risicatissima minoranza.

È di questo, che dobbiamo preoccuparci. Di ritrovarci in una realtà che assomigli sempre di più a quella di Oltreoceano. Dinamica, ma a senso unico. Competitiva, ma senza esclusione di colpi. Individualistica, ma strapiena di lobby. La vita personale e collettiva che diventa una guerra quotidiana, e parossistica, a chi guadagna di più, anche a danno degli altri. Un mondo dove, da sempre, lo spreco dei ricchi coesiste tranquillamente col dramma dei poveri. Dove il welfare è un miraggio, ed è considerato normale che esistano gli homeless e che, se non si hanno i soldi per curarsi, si può anche crepare. Dove i sorrisi dell’Obama di turno nascondono il ghigno degli squali di Wall Street. 

Federico Zamboni

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