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Proposta centramericana: legalizzare le droghe

A lanciare l’idea è stato Otto Perez Molina, presidente del Guatemala: legalizzare le droghe. L’obiettivo è quello di fermare le gang criminali che nell’ultimo periodo hanno impazzato in Centramerica, insanguinando le strade delle maggiori città. Ed è un’idea che può funzionare, secondo Molina, solo se adottata da tutti i maggiori paesi della zona. Sempre che Washington non si opponga, cosa improbabile, nonostante sul banco degli imputati ci siano proprio le politiche statunitensi sulla repressione del traffico di stupefacenti.

Molina ha già incontrato e discusso il tema con Mauricio Funes, presidente di El Salvador, presentando esplicitamente la proposta come l’unico modo per ovviare al «fallimento americano nel perseguire l’obiettivo di un taglio della richiesta di droghe illegali da parte dei consumatori». C’è un atteggiamento determinato e reciso in Molina, tanto che sul tema ha promosso un summit con tutti gli altri leader dell’area centro-americana. «Occorre sollevare la questione», ha dichiarato, «se il consumo di droga non si riduce, i problemi continueranno».

Il Centro-America ha un problema essenzialmente logistico, essendo il crocevia obbligato tra i paesi dell’America Meridionale, centro nevralgico di una produzione di droga in continua crescita, e l’America Settentrionale, dove si trova il maggior numero di consumatori. In quell’area di passaggio competono i vari cartelli del traffico di stupefacenti, in gran parte messicani. Una competizione che finisce per giocarsi sul terreno dei paesi di transito dove, come conseguenza, i tassi di criminalità negli ultimi tempi sono schizzati alle stelle. Da qui l’iniziativa di Molina.

Che non ignora il percorso storico della lotta al traffico degli stupefacenti: trent’anni di guerra combattuta con armi, morti e spargimenti di sangue, di fatto non hanno sortito alcun risultato. Il flusso di droga e il corrispondente degrado del livello di sicurezza per i cittadini è proseguito inarrestabile, anzi è aumentato costantemente. Tutto questo impone, secondo Molina, di aprirsi ad altri metodi alternativi. Beninteso, Molina non entra nel dettaglio dei possibili lineamenti legislativi di una legalizzazione del traffico di stupefacenti: il poco che trapela riguarderebbe, non a caso, la legalizzazione del trasporto di droghe, anche in grossi quantitativi.

Il giro d’affari collegato al traffico di droga è ovviamente imponente. Un chilo di cocaina si compra dai colombiani a circa 3 mila dollari, e lo si piazza negli Stati Uniti a 70 mila. Trasportarlo e contrabbandarlo dal produttore al consumatore può rendere 38 miliardi di dollari all'anno, a occhio e croce. Proporzioni che portano con sé inevitabilmente un livello quasi istituzionalizzato di corruzione negli enti e soggetti preposti al controllo e alla repressione. E che suscitano gli appetiti di tutti i cartelli criminali, che per accaparrarsi una fetta della torta sono pronti a tutto. Così si giustificano i bilanci da zona di guerra, con 52 omicidi ogni 100 mila abitanti, il 98% dei quali rimangono impuniti.

L’atteggiamento di Molina ha sorpreso i più. Si tratta di un ex generale dell’esercito dichiaratamente di destra, eletto nel novembre scorso sulla base di una piattaforma programmatica sostanzialmente basata sulla lotta senza quartiere alla criminalità. Il Partito Patriottico, di cui fa parte, ha tratto vantaggio dallo slogan “mano dura” con cui Molina ha conquistato, durante la campagna elettorale, i voti anche delle fasce meno abbienti della popolazione, sfiancate dal livello insostenibile di criminalità. E che, per votarlo, hanno anche sorvolato sul suo curriculum non proprio limpido, essendo stato coinvolto nei servizi d’intelligence attivi durante la brutale guerra civile che ha insanguinato il paese per quasi un trentennio.

Dopo l’elezione, però, il presidente sembra aver cambiato idea, e ora parla della lotta alla malavita e di politiche di sicurezza interna come di una coniugazione tra strategie contro la povertà e iniziative di integrazione e protezione sociale. «Anche la fame», ha dichiarato di recente, «è un problema di sicurezza». Aggiungendo poi una frase che, tradizionalmente, non ha mai portato una gran fortuna ai leader centroamericani: «non facciamo quello che dicono gli Stati Uniti. Facciamo quello che dobbiamo fare». In effetti il cambio di direzione di Molina non piace per niente a Washington, dove “lotta alla criminalità” si traduce automaticamente, tanto per cambiare, in un inasprimento della repressione militare e di polizia. Magari dando qualche “aiutino” con propri uomini. Quel tanto che basta per occupare e colonizzare, sotto ogni profilo, un paese o un’area geografica.

Davide Stasi

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