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Marchionne detta le regole. Gli altri si adeguino. O si ribellino

Dovrebbe essere chiaro ormai a tutti (certamente lo è per i nostri lettori) chi comanda davvero in Italia e in generale nel mondo. Almeno per il momento. A dire tutta la verità non contano davvero molto neanche Monti e i suoi, che sono in ogni caso pedine per realizzare i desiderata dei centri di potere ancora più grandi.

A imprimere davvero i profondi cambiamenti nella società, anche dal punto di vista antropologico, è il mercato. Il capitalismo. La mercificazione di ogni cosa in un sistema che ha nel commercio la sua - unica - ragione di vita ed esistenza.

Le parole di Marchionne di ieri, che naturalmente si aggiungono a tante altre più o meno dello stesso tono e significato pronunciate in precedenza (da egli e da tanti altri) non lasciano spazio a dubbi.

"La Fiat resta in Italia ma solo a precise condizioni". Condizioni che si possono comprendere facilmente pur non conoscendole nei dettagli. Basta, a tal proposito, tornare con la memoria a quanto accaduto mesi fa.

Il nodo centrale è però nella natura stessa della dichiarazione e ciò che questo comporta. Marchionne "detta" le condizioni. Gli altri, se credono, si adeguino. Oppure tanti saluti, con buona pace di quanti ancora vedono la Fiat come "azienda di bandiera".

Ora, considerando che il lavoro, che sia in fabbrica o nel terziario, dalla rivoluzione industriale in poi e in modo ancora più determinante dall'estensione senza limiti della globalizzazione e della finanziarizzazione significa "vita" (o morte) all'interno di questo sistema, è evidente che una dichiarazione di questo tipo imposti i termini della questione. Definisca cioè cosa si deve necessariamente fare per tenere lavoro in uno Stato oppure per vederlo andare via.

A tal proposito, pertanto, a decidere i destini di migliaia di famiglie, e dunque di una buona fetta di cittadini italiani, è un manager da milioni di euro all'anno. Non Monti, non Berlusconi prima di lui, e non tutta la pletora di politici seduti su poltrone e poltroncine di vario tipo, ma Marchionne. E dunque tutti i marchionne d'Italia e del mondo.

Insomma a dirigere veramente, a imprimere comportamenti, direzioni e anche leggi, è il capitalismo. Il resto si adegua. O meglio, "si adegui", oppure perisca nella disoccupazione.

La cosa non è di poco conto, perché impone il prendere coscienza di diverse cose, prima tra tutte il fatto che se si vuole tentare di cambiare la situazione si deve mettere a fuoco uno dei punti fondamentali da abbattere: il mercato, il capitalismo, la mercificazione di ogni cosa.

Perché se da una parte è vero che si può tentare di limitarne gli effetti, dall'altra parte non si può non considerare che è nella natura stessa del capitalismo portare alle estreme conseguenze tutte le possibilità che esso inventa per continuare a perpetuarsi e a far accumulare nelle tasche di pochi il frutto del lavoro di tutti gli altri.

Certo, la politica dovrebbe ostare tali derive, ma è del tutto evidente che qualsiasi politica, se applicata all'interno di questo schema, non possa che cercare di trovare accordi con un mostro che in ogni caso va avanti per la sua strada perché questa è la sua natura.

In altre parole, è del tutto inutile discutere e battersi per questa o quella norma, per questo o quel particolare, se non si mette in discussione il principio di fondo che regge tutto il casinò.

È la differenza esatta che passa tra chi vuole cambiare alcune regole del gioco e chi, invece, a quel tavolo da gioco non vuole proprio sedersi, anzi ha capito che per cambiare la situazione lo si deve proprio rovesciare del tutto.

Valerio Lo Monaco

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