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Roma, la neve, gli uomini. Finalmente

La città, Roma almeno, per quello che ho potuto vedere, è tornata degli uomini, per un paio di giorni. L'immagine più forte che ho colto nelle ore passate, di queste insolite giornate di neve nella mia città, non è tanto relativa al bianco ovunque, fenomeno che dalle nostre parti è ovviamente del tutto raro, e non è neanche nel fatto che non siano circolate le automobili. L'immagine più forte è quella di tantissima gente per le strade. A piedi. 

Voglio essere il più chiaro possibile, su questo punto: persone a piedi, per le strade. Non sui marciapiedi o nelle piazze chiuse al traffico sempre più rare, ma proprio per le strade.

Inutile insistere e riportare, anche solo a livello di cronaca, quello che è successo a Roma, la querelle su Alemanno pronto o meno alla situazione, e non voglio insistere neanche sugli enormi disagi causati a una città ovviamente impreparata a un fenomeno del genere. Venerdì pomeriggio è stato un caos totale, con il traffico bloccato e così i mezzi pubblici e con una marea di persone che ha dovuto abbandonare l'automobile per strada, a isolati di distanza da casa, o anche di più, e fare ritorno a piedi. Tralascio anche diversi aspetti comici, per non dire ridicoli, di una popolazione del tutto impreparata a situazioni di questo tipo: corse, si fa per dire, per saccheggiare i supermercati, improbabili cafoni al volante di suv giganteschi quasi in panne e superati da vecchie Fiat Panda 4x4. E le stesse superate a loro volta, altrettanto agevolmente, da semplici pedoni.

Voglio concentrarmi piuttosto su Sabato mattina, dove tutto era ormai chiaro: neve ovunque, nessuna possibilità di circolazione con automezzi, o quasi, e previsioni costanti per alcuni giorni (ieri, Domenica, è stato grossomodo lo stesso).

Ecco, Sabato mattina si è manifestata una delle immagini più belle che mi ricordi di Roma. Perché il fatto che non vi siano state automobili in circolazione è cosa tutto sommato non estranea a una città che, almeno per il centro, è soggetta ai classici stop delle ipocrite "Domeniche a piedi". Beninteso, il blocco in questo caso è stato totale: nessun mezzo pubblico, nessun motorino, e pochissime automobili attrezzate per l'evento. Ma il punto è che a differenza che nelle giornate di blocco totale, la gente, se doveva, è uscita ugualmente. Come era giusto che fosse. E a piedi.

La differenza risiede tutto in questo, ma è determinante. Chiunque, nel quartiere, avesse avuto da svolgere alcune commissioni, fosse anche solo stato il fatto di andare a comperare il pane, ebbene non ha potuto neanche lontanamente immaginare di utilizzare un mezzo di trasporto. Aveva solo la possibilità di camminare. Per breve o medio (o alcuni, tra i quali me, anche lungo) che fosse il tragitto da coprire per portare a compimento la commissione, la possibilità era una sola: quella di andare a piedi.

E uno sciame di persone, almeno nel quartiere dove è la redazione del giornale, ovvero Monte Mario Alto (un centinaio di metri più in su del centro di Roma) si è riversata nelle strade. Dunque le strade non erano solo prive di automobili, ma erano invase da pedoni. Le differenze più sensibili sono state ovviamente visive e uditive: vie irriconoscibili nella livrea bianca e un silenzio assordante per una città che era altra cosa da quella conosciuta. Ma quella più grande, di differenza, è stata di carattere psicologico, antropologico forse. Dove erano, tutte quelle persone? Chi sono quei pedoni scesi per strada Sabato scorso? Come se la città innevata avesse fatto uscire fuori allo scoperto un altro tipo di cittadino. 

Il pedone locale è praticamente scomparso da Roma da decenni. Qualcuno vive normalmente di furti di spazio, facendo slalom tra le automobili parcheggiate, cedendo il passo quando ne incrocia un altro, in marciapiedi sempre troppo stretti. Tentando la fortuna quando deve attraversare la strada o attendendo una verde pedonale, cioè, letteralmente, cedendo la precedenza alle "macchine" a ogni semaforo. Torna in auge molto spesso, e non solo a Roma, la polemica sulle piste ciclabili che sono poche e in disarmo. Ma il punto è che oltre al centro storico non ci sono quasi più neanche percorsi pedonali. Ci sono luoghi, in città, che non si possono raggiungere che in automobile, semplicemente perché per raggiungerli ci sono strade unicamente transitabili da mezzi di trasporto ma non dai pedoni. Ovvero, questo il punto, ci sono luoghi progettati unicamente per essere raggiunti in ogni modo che non sia quello più naturale, quello più umano, ovvero andandoci a piedi.

Roma è una città in larghissima parte dalla quale gli uomini sono esclusi, perché le stesse persone viste a piedi per le strade Sabato scorso, sono quelle che durante tutti gli altri giorni se ne stanno rinchiuse dentro una lamiera di metallo rinchiusa dentro una colonna immobile rinchiusa in un dedalo di strade intasate. Tutti i giorni. Tutta la vita. E poi nel breve tragitto percorso rapidamente tra l'automobile parcheggiata e il proprio appartamento si nascondono, si schermiscono, tentano di difendersi dallo smog, dal rumore, dai clacson, per rintanarsi dentro casa, con le finestre chiuse, perché da lì sotto, dalla strada, salgono i veleni sino sù al quinto piano. E il giorno dopo si ricomincia.

Sabato invece Roma è tornata degli uomini, e l'orizzonte a misura di gambe: chissà se qualcuno, o magari più di qualcuno, avrà riflettuto sul fatto che magari i trenta minuti impiegati per arrivare in quel negozio lì, e i trenta minuti necessari per ritornare a casa, nel silenzio, respirando a pieni polmoni, sono stati molto più brevi, in fin dei conti, e salutari, di quando per fare la stessa operazione si scende di casa cercando le chiavi dell'auto, poi cercando di ricordare dove si è lasciata l'automobile la sera prima, quindi incolonnandosi tra le polveri cancerogene e il rumore, raggiungere quel negozio lì, e girare decine di minuti prima di lasciare l'auto in doppia file e ovviamente, al ritorno, iniziare tutto da capo.

Valerio Lo Monaco

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