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Da Lusi ad An. I misteri degli ex partiti

Sembra davvero che dalla propria storia, o dalla propria cronaca, l’Italia non abbia imparato niente. A giudicare dallo scandalo Lusi prima, e dal caso An poi, il bubbone dei misteriosi patrimoni economici e immobiliari dei partiti deve ancora essere scoperto.

Quello che, a conti fatti, sembra innegabile, è che i partiti, nonostante esista una legge che ne vieti il finanziamento pubblico e nonostante però incassino fior di milioni , non hanno smesso di comportarsi come vent’anni fa, quando Mani pulite doveva ancora diventare la lunghissima serie di indagini a carico dei vari Psi, Dc, e via acchiappando. Da una parte la dicitura “rimborsi elettorali”, e dall’altra quella dei “rimborsi spese”, hanno fornito strumenti sufficienti per la sottrazione (sempre illecita seppur “legale”) di denaro pubblico dalle casse statali. Il tutto mentre continuano a ripetere a favore di telecamera che mancano le risorse per la scuola, la sanità, i trasporti, le politiche sociali - a fronte di un aumento sempre più marcato di tasse dirette e indirette.

Oggi come vent’anni fa, a meno che non si sia conniventi e in malafede, ci vuole un’enorme dose di ottimismo, o di stupidità, per non pensare che i casi venuti alla luce siano solo la punta dell’iceberg. E questo è vero nonostante si faccia di tutto per utilizzare le singole vicende, e i singoli responsabili, come capro espiatorio di un sistema che dovrebbe sembrare sano agli occhi dei cittadini. Basta pensare che dal 1994 ad oggi i partiti della “seconda Repubblica”, che doveva affrancarsi dalla “prima” all’indomani di Mani pulite, hanno acquisito nelle loro casse ben tre miliardi di euro di rimborsi elettorali, nonostante questi sulla carta dovessero ammontare a “soli” 579 milioni.

Secondo la legge 157 del 3 giugno 1999, così come modificata dalla legge 156 del 26 luglio 2002 e dal decreto legge 223 del 4/7/2006, «È attribuito ai movimenti o partiti  politici  un  rimborso  in relazione alle spese elettorali sostenute  per  le  campagne  per  il rinnovo del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati,  del Parlamento europeo e dei consigli regionali. [...] L'ammontare ... è pari, per ciascun anno di legislatura degli organi stessi, alla somma risultante dalla moltiplicazione dell'importo  di euro 1 per  il  numero  dei  cittadini  della Repubblica iscritti nelle liste  elettorali  per  le  elezioni  della Camera dei deputati». Inoltre «in caso di scioglimento anticipato del Senato e della Camera il versamento delle quote annuali dei relativi rimborsi è effettuato». I rimborsi, dunque, vanno corrisposti ogni anno per l’intera legislatura ma, qualora questa finisca prima, si sommano a quelli nuovi. Non solo, oltre alle mille voci di rimborso - tra cui quello forfettario per le spese inerenti al rapporto tra eletto ed elettori, benché con le liste bloccate l'intensità di questo legame sia giocoforza attenuata - esistono gli innumerevoli modi per far sparire i soldi dei partiti. Investimenti all’estero, acquisto di immobili, spostamenti di denaro per i motivi, o i pretesti, più diversi, e quant’altro.

Intanto, i leader fanno gli gnorri. Rutelli cade dalle nuvole, quando gli viene detto che Luigi Lusi, tesoriere di quel suo partito politicamente ormai defunto ma patrimonialmente ancora in attivo, la Margherita, si sarebbe appropriato di 13 milioni. I soldi sarebbero stati spostati attraverso una serie di bonifici bancari dai conti del partito, cui accanto alla sua firma figura quella di Francesco Rutelli. E La Russa, di fronte alle contestazioni riguardanti i 26 milioni di euro della Fondazione Alleanza Nazionale che sarebbero svaniti chissà dove, nega qualsiasi coinvolgimento, e persino  quei fatti che appaiono di tutta evidenza. Invece di venire liquidati all’atto della chiusura del partito, a seguito della sua confluenza nel Pdl, i soldi sarebbero letteralmente spariti. Il condizionale è d’obbligo, ma stando alle indiscrezioni il quadro è pesantissimo. Conti correnti fantasma a nome dell’associazione, parcelle per decine di migliaia di euro per la difesa legale del Pdl, immobili dati in uso gratuito ai suoi membri, un prestito di quattro milioni allo stesso partito di cui non esiste alcun documento di rientro e altri versamenti a suo favore a fondo perduto. Mancano, guarda caso, pezze d’appoggio, documenti e tracciabilità degli spostamenti.

C’è da chiedersi che cosa accada altrove, nei partiti che non sono ancora finiti nel mirino degli inquirenti. E benché non sia consentito cadere dalle nuvole, come il succitato Rutelli, l’impressione è che a vent’anni da Tangentopoli il senso di impunità della classe politica non solo non sia diminuito, e men che meno dissolto, ma semmai sia aumentato. Si prende il denaro e lo si sposta a piacimento, senza neanche prendersi la briga di escogitare una giustificazione verosimile. È un altro segnale, tra i più smaccati, di uno strapotere che degenera nell’arbitrio: si comincia col legiferare, si prosegue nominando gli amici e gli amici degli amici, si aggiungo privilegi di tutti i tipi e immunità parlamentari che si trasformano in salvacondotti per il crimine, e infine si trova normale usare il denaro pubblico come se fosse una proprietà privata.

Prima il caso Lusi. Adesso quello di An. Viene in mente il vecchio adagio secondo cui “l’occasione fa l’uomo ladro”. Viene da aggiungere che ai partiti, e ai politici in genere, di occasioni se ne lasciano un po’ troppe.
 
Sara Santolini

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