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C’è chi dice no. E fa benissimo

NIMBY, acronimo di Not In My Back Yard. Che, come ormai è arcinoto, significa “Non nel mio cortile” e sta a indicare l’atteggiamento di chi rifiuta che una certa opera pubblica, o un certo impianto privato, sorga nei pressi del luogo in cui si vive. O anche non così vicino, vedi le centrali atomiche, ma comunque dentro i confini nazionali.

Secondo i nemici dei No Tav, e più in generale secondo quelli che non vedono l’ora di disseminare il territorio di nuove infrastrutture e di nuove fabbriche, più o meno costose e più o meno (in)utili, si tratta di una tendenza all’insegna della più pura ottusità. E del più oscuro – e oscurantista – egoismo. Quelli che si oppongono, infatti, non sarebbero affatto degli idealisti che tengono fede ai loro principi, o più semplicemente delle persone bene informate che si sono documentate arrivando alla conclusione che il gioco non vale la candela. Nemmeno per sogno. Essi (questi infingardi) sarebbero solo i classici opportunisti che vogliono tutti i vantaggi della modernità ipertecnologica e consumista, ma senza essere disposti a sopportare la propria parte di fastidi. O di rischi.

L’etichetta, e anche questo è arcinoto, viene utilizzata a getto continuo. Sbraitata come un esorcismo, per cacciare dal corpo sociale i demoni del passatismo antiliberista, e mulinata come un manganello, per ammonire i riottosi a desistere dalle loro sciocche impuntature. Nonché, magari, per ricordargli che al manganello figurato potrebbe sostituirsi quello, assai più concreto, usato dagli agenti dei vari corpi di polizia che verranno chiamati, se proprio sarà necessario, a ristabilire l’ordine pubblico nel supremo interesse della collettività. O piuttosto di quelli che hanno qualcosa da guadagnare dall’appalto di turno. Ovvero, più ampiamente e più subdolamente, dall’ulteriore dilagare dell’attuale modello di sviluppo.

Come ricordava il quotidiano Libero venerdì scorso (qui), sono appena arrivati i nuovi dati diffusi dal «Nimby Forum, l’unico database nazionale che dal 2004 monitora in maniera puntuale la situazione delle contestazioni ambientali contro opere di pubblica utilità e insediamenti industriali in costruzione o ancora in progetto. Di questi 331 progetti vittime di contestazioni, 163 sono i casi emersi nel solo 2011, mentre i restanti 168 sono presenti nel database Nimby anche a partire dall’edizione 2004. In generale, il 51% delle contestazioni emerge a fronte di progetti non ancora autorizzati e spesso allo stato di mere ipotesi. In prima fila, sul fronte della protesta, non ci sono più i comitati, che si attestano al 18,9%, contro il 25,4% del 2010, ma i soggetti politici locali, che si fanno promotori di contestazioni nel 26,7% dei casi (nel 2010 esprimevano il 23%)».

Conclusione, anticipata dal titolo, «Italia paralizzata dalle contestazioni». Sottinteso: chi “paralizza” ha torto e chi vorrebbe tirare dritto ha ragione. Ancora una volta i cattivi sono i meschini seguaci del famigerato NIMBY. Mentre i buoni sono quelli che contrastano i retrivi pregiudizi dei No Tav e affini. E giù a sottolineare che non può essere una minoranza locale a impedire ciò che la maggioranza statale ha deciso, nelle forme democratiche previste dalla Costituzione e con il crisma delle leggi approvate dal Parlamento. 

Ma è qui l’inganno. Non solo e non tanto perché si spaccia per vera democrazia quel suo ignobile surrogato che è la pseudo rappresentanza assicurata dei partiti, e in ultimo del governo tecnico capitanato da Mario Monti, ma perché si omette di riflettere sul rovescio della medaglia della questione NIMBY. Il punto non è che una minoranza pretende di imporsi a una maggioranza, al detestabile scopo di non avere seccature vicino a casa. Il ragionamento deve essere ribaltato. Il punto è che la maggioranza non si pone il problema di quelle “seccature” solo perché non viene coinvolta direttamente, o si illude di non esserlo. 

Molti di quelli che non battono ciglio di fronte allo scempio programmato in Val di Susa, ad esempio, sono così disinvolti perché (ammesso che abbiano una chiara e precisa nozione della natura del TAV, con i suoi costi esorbitanti a fronte di benefici risibili o persino nulli) non percepiscono l’impatto che si produrrà sulle zone attraversate dalla linea. Siccome non lo percepiscono, se ne infischiano. Che se la vedano i valsusini. E che non rompano i coglioni, al cospetto del dio PIL e della sua somma chiesa la UE. 

NIMBY va rovesciato. Bisogna riformularne il concetto. E rigettarne la retorica. Il difetto non alberga in chi si arrocca, spesso giustamente, a difesa delle terre – o per meglio dire “degli ecosistemi” – in cui vive. Il vizio è in quelli che se ne fregano perché, grazie alla distanza che li separa dai luoghi in cui si produrrà il danno evidente, si sentono al riparo da ogni conseguenza negativa e, quindi, non si prendono la briga di identificarsi in coloro che il danno lo subiranno. Un po’ come con le novità tecnologiche, o manageriali, che tagliano i posti di lavoro: tutto magnifico, se la promessa è di ridurre i prezzi per i consumatori (noi) e se a rimetterci sono i dipendenti licenziati (gli altri, gli sconosciuti, gli estranei). Quando invece tocca a noi, di essere sbattuti fuori, ecco che ci incazziamo. 

È il caso di domandarselo: abbiamo torto adesso, ora che finalmente siamo costretti a capire cosa significa sottomettersi a certi processi economici, o ce l’avevamo prima, mentre ci beavamo del piccolo vantaggio egoistico e ce ne fregavamo di tutto il resto?

NIMBY va riscritto. L’atteggiamento da denunciare è quello opposto: è quello del “Sì ma nel tuo cortile”. Yes But In Your Back Yard. YBIYBY. Suona primitivo. Suona bambinesco. Suona per quello che è: l’ignoranza finto evoluta, e la malafede finto democratica, che si travestono da competenza e, ma sì, persino da saggezza.

Federico Zamboni

 

Qui l'articolo di Libero

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