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Bosusco è libero. E merita la nostra ammirazione

Notizia confermata, dopo le anticipazioni di ieri: Paolo Bosusco è stato liberato dai ribelli maoisti che lo avevano rapito il 14 marzo, insieme a Claudio Colangelo, e che nelle ultime ore avevano minacciato di ucciderlo, con quello che avevano definito «un gesto estremo».

Che l’aggettivo fosse capzioso, e che rinviasse a una concezione tanto spietata quanto ottusa della lotta armata, lo abbiamo ampiamente spiegato martedì scorso (qui). E quei giudizi rimangono inalterati in termini assoluti, sia pure prendendo atto che la realtà è andata in una direzione diversa e sperando che a indurre i sequestratori a più miti consigli sia stata la consapevolezza del loro approccio sbagliato, piuttosto che un mero calcolo di convenienza o la pressione delle forze dell’ordine.

Quello che ne esce meglio di tutti, comunque, rimane proprio Paolo Bosusco. Così come aveva già fatto qualche giorno fa parlando col corrispondente locale della BBC, mentre ancora si trovava nelle mani dei naxaliti, anche nelle dichiarazioni rilasciate dopo la liberazione ha manifestato un atteggiamento di assoluta e ammirevole serenità. Sulle sue traversie ha persino ironizzato, replicando all’intervistatore che gli faceva notare come apparisse dimagrito che durante i «28 giorni di “vacanza pagata” purtroppo il cibo era quello che era. I maoisti han cercato di darmi il meglio che potevano. Però purtroppo, date le condizioni della giungla, più che tanto non potevo mangiare. Oltretutto ho avuto due volte la malaria».

Ma se queste sono poco più che delle battute, anche se corroboranti in un’epoca in cui i più si lamentano per ogni nonnulla e i media hanno ormai reso abituale l’enfatizzazione delle sofferenze patite dalle vittime dei vari casi di cronaca nera, l'osservazione che gli fa maggiormente onore è questa: «Non è stata poi così dura. È stata dura finché avevo con me altre persone di cui avevo la responsabilità».

Sembrano parole tratte da un romanzo di altri tempi. Quando non si aveva paura di essere tacciati di moralismo, solo perché si ribadivano i valori positivi del coraggio e del dovere. Narrativa magari popolare, ma di gran lunga preferibile alle disavventure nevrotiche di tante serie televisive made in USA. Tempi lontanissimi in cui si cresceva (anche) con le storie ingenue e travolgenti di Emilio Salgari, tanto per restare in un’ambientazione indiana.

(fz)

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