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Ma cosa avranno capito, gli elettori del M5S?

Risparmiamoci le citazioni. Anche se ce ne sarebbero a volontà, visto che dopo il successo del Movimento 5 Stelle alle Amministrative sono fioccate le frasi fin troppo simili sul “desiderio di cambiamento”, non vale la pena di perderci tempo, attribuendo specifiche paternità ai singoli frammenti di un quadro complessivo. E ripetitivo. Che è incentrato, appunto, su questa constatazione superficiale e quanto mai ambigua: gli italiani ne hanno le scatole piene dei soliti partiti, e delle solite facce, e quindi si rivolgono altrove. Oggi verso Grillo, o i “grillini”, e domani chissà.

Nella migliore delle ipotesi è un malinteso. Nella peggiore, ma tutt’altro che ipotetica, una manipolazione. Per un verso l’esito è identico: il degrado della società italiana viene ridotto a un problema di cattiva gestione da parte delle classi dirigenti, con in testa i politici. Per l’altro gli obiettivi sono opposti: i vecchi potentati sperano di venirne a capo con un rinnovamento di facciata, come avevano già fatto una ventina di anni fa all’indomani delle inchieste su Tangentopoli; i nuovi pretendenti, viceversa, non vedono l’ora di realizzare il loro sogno. Che è quello di un repulisti in grande stile e a tutti i livelli. Sostanzialmente pacifico, possibilmente rapido, certamente inarrestabile. E, nelle intenzioni, irreversibile.

I primi peccano di cinismo. I secondi di ingenuità. Ma sia gli uni che gli altri – ed è questo ciò che finisce per accomunarli – tendono a sviare l’attenzione da quello che è il vero problema: il modello economico neoliberista. Di cui non esiste, e non può esistere, un’applicazione pratica che ne corregga i vizi teorici. Perché quei vizi sono dogmi. E i dogmi non si possono modificare, o contraddire, se non al prezzo di una revisione dell’intero sistema, che potrà finalmente mutare i suoi metodi e i suoi scopi solo dopo aver rinunciato alle sue premesse.

I suddetti cinici lo sanno benissimo, e infatti mascherano la realtà di quelle regole brutali dietro i trucchi propagandistici dei quali ci siamo già occupati un’infinità di volte, dalle “sfide” della competizione globale alla “necessità” di conquistare la fiducia dei mercati. Meglio concentrarsi, allora, sulle semplificazioni a getto continuo in cui incappano gli ingenui. Che sono troppo impazienti di voltare pagina, per stare a chiedersi se dietro il consenso elettorale di oggi ci sia qualcosa di più di una simpatia istintiva, e occasionale, per chi si annuncia come il (sorridente) salvatore della Patria. Se ci sia qualcosa di più, e di meglio, del desiderio di ritornare alla svelta ai lieti standard di reddito e di consumo di prima della crisi.

In quest’ottica, o piuttosto in questo stato d’animo, la soluzione sarebbe relativamente a portata di mano. Un massiccio avvicendamento che sostituisca dei cittadini onesti e benintenzionati ai maneggioni, o peggio, del passato, ed eccoci pronti a una grandiosa rinascita nazionale. Per usare uno slogan, “la buona volontà al potere”. E pazienza se poi – come dimostra la cronaca delle ultimissime ore, con Grillo & C. che lanciano sul blog un appello «per trovare una persona con esperienza per la carica a Parma di direttore generale: incensurato e non legato ai partiti» – il rovescio della medaglia è il trionfo del bricolage organizzativo. Intanto ci si siede ai comandi, dopo di che si vede in giro se c’è qualcuno che sa come funzionano.

Uno slancio che va bene, forse, per l’autogestione di una scuola occupata. Ma che non appare neanche lontanamente adeguato al banco di prova di questioni assai più complesse. Col rischio non solo di fallire in prima persona, ma di bruciare a tempo di record l’idea stessa di un cambiamento dal basso.

Se anche questa volta si deluderanno le attese dell’elettorato, proprio per il fatto di aver dato indicazioni troppo generiche sul da farsi e ingenerato aspettative troppo ottimistiche sugli sforzi da affrontare per cambiare direzione, e abitudini, si otterrà l’esatto contrario di quel che si desidera, spianando la strada a una restaurazione dell’establishment. I cosiddetti esperti. I cosiddetti tecnici. I professionisti che avranno gioco facile a stigmatizzare l’inadeguatezza, conclamata, dei dilettanti.

Federico Zamboni

 

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