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Dalli a Travaglio, che non infierì su Grillo

Fuoco incrociato su Marco Travaglio, a causa dell’intervista che ha fatto a Beppe Grillo e che è stata pubblicata mercoledì scorso sul Fatto Quotidiano (qui).

Secondo i numerosi detrattori, che evidentemente non vedevano l’ora di mettersi a sparare su di lui (e, già che c’erano, anche sullo stesso Grillo), le domande erano troppo morbide e il risultato complessivo è stato ciò che in gergo si definisce “un’intervista in ginocchio”. Per citare solo un paio di esempi, tra quelli riportati dal Corriere, sulle pagine di Libero Filippo Facci se n’è uscito con un insultante «Travaglio lo zerbino di Grillo» e l’Unità c’è andata vicino scrivendo, con un pizzico di ironia in più, «Travaglio mette sotto torchio Grillo come faceva Vespa con Berlusconi....ahahahah».

Ma è davvero così? Sono realmente così ruffiane, le domande che sono state poste? Al punto di far concludere che si tratti di un atto di infamante sottomissione, tale da screditare il giornalista che lo compie e da ridurlo al rango di un lacchè?

La risposta è no. Benché sia indiscutibile che dall’inizio alla fine l’atmosfera abbia l’impronta di un colloquio amichevole, lontanissimo dalla cadenze serrate di un interrogatorio pressante, e benché diversi temi importanti non siano stati neppure sfiorati, nel corso del dialogo si sono toccate parecchie delle questioni che meritavano di essere prese in considerazione, dalle carenze dei programmi politici del M5S alle incognite sulla democrazia interna, e ai dubbi sull’effettivo ruolo di Gianroberto Casaleggio e della sua società di consulenza.

D’altra parte, non si scopre certo oggi che Travaglio simpatizzi con Grillo, il quale ha ospitato a lungo sul suo blog la videorubrica “Passaparola” e ha condiviso la guerra senza quartiere a Berlusconi e agli innumerevoli abusi della cosiddetta Casta. Che vi siano delle affinità e degli obiettivi comuni, però, non significa che vi siano pure delle connivenze. O anche solo delle compiacenze. E il paragone con Bruno Vespa è del tutto fuori luogo: quale che fosse la sua esatta posizione contrattuale, Vespa si poneva e si pone come un giornalista di punta della Rai – che al di là delle spudorate lottizzazioni tra i partiti dovrebbe comunque mantenere un ruolo super partes, in conseguenza della sua (asserita) natura di servizio pubblico – mentre Travaglio è il vicedirettore di una testata che ha fondato egli stesso.

La differenza è decisiva, a meno di voler continuare a fingere che nel mondo della stampa privata possa e debba esistere una perfetta obiettività. Fuori da tali ipocrisie, e purché non si precipiti nella malafede e nella manipolazione deliberata, ciascuno è libero di ragionare con la propria testa (e quindi, ma sì, anche sulla base delle sue predilezioni e delle sue idiosincrasie, sia pure temperate dall’onestà intellettuale). Il problema non è che un singolo organo di informazione, o un singolo articolista, esprimano il proprio punto di vista, che essendo soggettivo è di per sé opinabile. Il problema è l’appiattimento generale su posizioni favorevoli all’establishment, a colpi di mistificazioni travestite da pareri personali e perseguendo la sistematica eliminazione, o marginalizzazione, delle voci non allineate alla versione dominante.

Puntualizzare che a Grillo si potevano porre altre domande, in aggiunta o in alternativa a quelle formulate da Travaglio, va benissimo. Noi stessi, sulle pagine del mensile, ne abbiamo indicate sei di grande peso in un articolo firmato da Alessio Mannino e pubblicato già nel novembre 2010 (qui). Ma non è che tutte le diversità tra un intervistatore e l’altro corrispondano a omissioni volontarie, e con chissà quali secondi fini.

A volte, più semplicemente, sono solo il riflesso di ciò che si è e di quel che si pensa.

Federico Zamboni

 

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