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Egitto. Morsi presidente, ma per quanto tempo?

Quella del Fratello Musulmano Mohamed Morsi è una vittoria della piazza, non una vittoria elettorale: chi ha realmente vinto le presidenziali egiziane nelle urne non lo sapremo mai, ma visti i brogli incrociati sarebbe stata una missione impossibile.

Una vittoria della piazza, quindi, ma anche del senso di responsabilità dei militari, consci che una vittoria del loro candidato, anche fosse stata legittima, avrebbe portato il paese alla guerra civile: loro sono in grado di controllare il loro sostenitori, i Fratelli Musulmani non possono e non vogliono.

Lo scontro pare quindi evitato, almeno per ora, anche se, forse, è solo rimandato: Morsi pare stia sopravvalutando la sua risicatissima vittoria, 51,7 per cento di un corpo elettorale che per due terzi ha disertato le elezioni, e sfida apertamente il Consiglio Militare.

Il neo Presidente ha, infatti, respinto «la decisione del Consiglio militare di restringere l’autorità del presidente» aprendo così un duello, che non necessariamente la piazza appoggerà, con i militari che ancora detengono il potere legislativo sottratto al disciolto parlamento.

Le parole concilianti del suo discorso di apertura, così simili a quelle dei presidenti di tutto il mondo, democratici o meno, non sembrano essere coerenti con le sue reali intenzioni. Se, da una parte dichiara «sarò il presidente di tutti gli egiziani dentro e fuori il paese, di tutti gli egiziani, musulmani e cristiani. Oggi l’Egitto ha bisogno di rimanere unito», dall’altra preannuncia un collegamento diretto con la Sharia nella legislazione nazionale: dichiarazioni inconciliabili ed in aperta contraddizione fra loro.

Se la forza di Morsi è negli islamici, questo suo volersi collegare alla Sharia può essere la sua debolezza. È stato proprio l’emergere sempre più palese del suo radicalismo religioso a fargli perdere progressivamente consensi e ad allontanare gli egiziani dal voto.

Il tempo può quindi giocare a favore dei militari che “rischiano” di trovarsi nella condizione di riciclarsi come difensori della libertà, se i Fratelli Musulmani proseguiranno nella loro deriva islamista. Nel breve periodo, quindi, ci si può attendere una relativa tranquillità, in cui a Morsi sarà lasciata mano libera, almeno nelle dichiarazioni, in modo che possa perdersi e aprire ad una nuova conflittualità, da cui i militari, ma forse anche i moderati, potranno trarre vantaggio.

 

Il minimo margine di consenso del Fratello Musulmano, inoltre, non gli consente di potersi opporre più di tanto alla richiesta di nuove elezioni presidenziali, quando sarà approvata la Costituzione e non è neppur detto che nel nuovo parlamento, quando sarà eletto, la maggioranza sarà quella del partito del presidente. Anzi, stando alle tendenze attuali, potrebbe essere il contrario. Per questo, e non per sentimento democratico, Morsi e il suo partito non riconoscono lo scioglimento dell’Assemblea.

La fase che queste elezioni decise a tavolino hanno aperto in Egitto sarà una delle più delicate nella storia del paese ed ogni opzione è ancora aperta. La Primavera non è ancora finita, forse.

Ferdinando Menconi

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