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Il ritorno di Silvio il puparo

“Chi nasce tondo non muore quadrato”, dice un vecchio e saggio adagio popolare. È difficile cioè, anzi impossibile, cambiare radicalmente la natura primigenia di una persona.

Un concetto vero anche per le organizzazioni, ad esempio un partito politico. Ed è attraverso questa lente che si può commentare, nell’immediato, l’annuncio di Berlusconi di volersi nuovamente candidare alla guida del paese per le prossime elezioni politiche, ovviamente a capo di una coalizione guidata dal PdL. L’uno e l’altro, il Cavaliere e il suo partito, sono nati tondi e non possono certo morire quadrati: l’annuncio e le reazioni conseguenti sono coerenti con la loro natura, e come tali non possono stupire.

Berlusconi, fin dall’inizio, ha costruito attorno a sé una struttura di cui giovarsi, su cui appoggiarsi, nel perseguimento dei propri fini. Che, all’inizio, erano concentrati essenzialmente nella fuga dai debitori e dai giudici, per impostarsi poi sull’obiettivo primario di far prosperare il proprio impero. Entrambe le tipologie di obiettivi, che non hanno nulla a che fare col bene comune e con la politica, sono state centrate dal Cavaliere, ma non risolte del tutto: ci sono ancora giudici ai quali sfuggire, da un lato, e aziende da tenere vive, in un contesto economico generalmente ostile e complesso. Dunque i motivi del suo coinvolgimento nelle istituzioni non sono venuti meno rispetto alle origini.

La natura profonda della struttura che creò a supporto di questi personalissimi scopi è rimasta immutata, nonostante le apparenti trasformazioni. Lui, l’imprenditore prestato alla politica, è e rimane il padrone incontrastato del vapore, col potere di fare e disfare a proprio piacimento. Le poche e sicuramente strumentali e tardive voci di dissenso, i vari Fini o Storace, restano minoritarie. Su tutto giganteggia la capacità di Berlusconi di sollecitare i grumi di interessi, privati o consortili, di tutti coloro che credono nella sua impostazione. E alla quale si subordinano in cambio degli indubbi vantaggi che comporta spesso lo stare sotto l’ombrello del Cavaliere.

Va ribadito: tutto questo non ha nulla a che fare con la democrazia, gli interessi della cosa pubblica o la partecipazione. Berlusconi ha creato e gestisce liberamente il carrozzone con cui percorrere la strada dell’impunità per sé e della prosperità del proprio impero. Che questo, incidentalmente, comporti un’influenza nefasta sulla vita del paese, è evidente, ma ignorato o considerato irrilevante dall’elettorato storico del centro-destra, che per anni ha votato Forza Italia-PdL un po’ per crassa ignoranza, un po’ nella speranza che qualche frattaglia dei banchetti gestiti da Arcore cadesse verso gli strati inferiori.

Ciò che viene istintivo osservare, in questa fase, non è però, come al solito, l’approccio padronale di Berlusconi, ormai stranoto, né le reazioni dell’elettorato, che appaiono freddine rispetto al passato (ci vuole ancora un po’ di battage televisivo, forse). Oggi colpisce di più la grande schiera di personale politico, o presunto tale, che dal Berlusconi puparo si lascia innalzare e rimuovere senza battere ciglio. Intere falangi di pupi di pezza, dall’Alfano che un po’ ha il quid del leader, quando Berlusconi deve mettersi “in sonno” per qualche tempo, e un po’ non ce l’ha, quando Berlusconi deve tornare alla ribalta, fino ad arrivare alla Minetti che, coinvolta fino al collo nel “Rubygate”, pare sia stata persuasa da Berlusconi a dimettersi dal suo ingombrante ruolo in Regione Lombardia.

Un personale politico senza dignità, senza nerbo, in piena balìa delle strategie personalissime del caudillo brianzolo, davanti cui si inginocchia docilmente, solo in qualche caso recalcitrando. E davanti cui, in vista del 2013, si inginocchierà nuovamente anche il fantasma di quel partito che era la Lega, nonostante le vane trombonate sulla propria “rifondazione”. Gli obiettivi di Berlusconi restano gli stessi del ’94: sfuggire alle toghe e far prosperare il proprio impero. Un obiettivo che passa, è noto da tempo, per il Quirinale, nuovamente conquistabile oggi, dopo l’ennesima prescrizione.

E conquistabile anche per la sponda che la sinistra (da oggi tassativamente in corsivo) darà al Cavaliere, come sempre ha fatto nelle fasi delle sue resurrezioni. Per entrambi gli schieramenti è altissimo il rischio di essere messi al margine del potere dai due blocchi emergenti, da un lato quello dei “supertecnici” che piace molto a una parte d’Italia inconsapevole e masochista, dall’altro quello dei movimenti di protesta, che ha nel M5S un rappresentante potentemente insidioso. Entrambi prontissimi a correre da protagonisti nelle elezioni del 2013. Berlusconi cercherà di essere il terzo che gode tra le due posizioni, tirandosi dietro il proprio alter ego ombra, ossia la sinistra, ben felice di delegare la battaglia per la permanenza parassitaria nelle istituzioni nuovamente al massimo “uomo immagine” disponibile sul mercato, per di più in possesso di un esercito di maggiordomi senza palle mai visto a memoria d’uomo.

Si stanno insomma preparando i fronti, che nel 2013 vedranno schierato il vecchio consociativismo partitico, guidato dal puparo e dai suoi interessi privati veicolati da una struttura di guitti e servitori, con il concorso esterno della sinistra (scommettiamo che candideranno Renzi?), contro le lobby speculative e finanziarie, che premeranno per una permanenza al vertice del loro maggiore rappresentante, ossia di uno spietato schema governativo tecnico. A questo si aggiungerà il terzo incomodo, ossia la mobilitazione popolare raccolta attorno al M5S.

Berlusconi e la sinistra stanno insomma cercando di impostare una riaffermazione del proprio sistema. Se poi andrà male, come si prevede, ossia se il M5S dovesse fare il botto elettorale, allora dovranno mordere il freno, scoprire le carte e fare come oggi: mostrare la loro simbiosi alleandosi a sostegno di un governo tecnico e vampiresco. Tutti scenari che, come sempre, nulla hanno a che vedere con la sovranità, la democrazia e il bene comune.

Davide Stasi

TAV. Ma quanto gli piace a Passera & C.

Adesso, please, non si torni ai tic dell’antiberlusconismo