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Free lance. No-No-No, disse la ministra

Ennesimo pasticcio della Fornero. Che sembra davvero una che i guai le si va a cercare col lanternino: o forse, chissà, ha un talento naturale. Dove gli altri si dovrebbero sforzare, a lei viene facile. Spontaneo. Fatale.

Se in alcuni casi del passato, però, sussisteva un qualche margine di opinabilità – visto che magari si era commossa davvero, nell’annunciare i sacrifici a carico dei pensionati, o che effettivamente i vertici Inps le avevano fatto qualche tiro birbone nel comunicarle il conteggio degli esodati – stavolta la cantonata è di quelle che non lasciano spazio a nessun dubbio. Perché la legge di cui si parla è semplicemente ineccepibile, e perché viceversa le “argomentazioni” della professoressa Elsa (ministro per volere di Mario Monti, premier per volere di Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica per volere... del Parlamento –  oh yes, come direbbero a Washington) non lo sono affatto.

La normativa, contenuta nella Proposta di legge 3555 del 17 giugno 2010, è quella del cosiddetto “equo compenso” e riguarda i moltissimi giornalisti che vengono pagati in modo ridicolo, enormemente al di sotto non solo dei minimi tariffari previsti dall’Ordine ma della stessa decenza, pur collaborando a testate che godono del finanziamento pubblico all’editoria. Le disposizioni che si vogliono introdurre sono elementari. E in effetti avrebbero dovuto essere promulgate già da un pezzo, visto che questo andazzo scandaloso è assai diffuso, per non dire generalizzato, e va avanti da chissà quanti anni: l’obiettivo fondamentale è rendere obbligatoria «la corresponsione di un trattamento economico proporzionato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto», prevedendo altresì che l’editore inadempiente perda il diritto ai contributi di Stato.

Il testo è già stato approvato alla Camera, e in quella sede aveva ricevuto il parere favorevole del Governo. Una volta trasmesso al Senato, invece, le cose si sono complicate, visto che la suddetta Fornero ha negato il nulla osta dell’Esecutivo e la Commissione competente si è dovuta fermare. Come riferisce l’agenzia Asca, «Il ministro ha spiegato che, per quanto riguarda il profilo lavoristico, nella riforma del Lavoro è già stata introdotta “una soluzione al problema dei compensi dei lavoratori atipici” per cui sarebbe “strano estrapolare dagli atipici una categoria e occuparsene con una norma diversa da quella generale”. Sotto il profilo editoriale, aggiunge Fornero, “non mi sembra opportuno” introdurre una norma secondo cui gli editori che non rispettano le norme non devono ricevere contributi, in quanto bisognerebbe dare per scontato che “le norme vengono osservate”».

Una logica adamantina: «dare per scontato che “le norme vengono osservate”» e stracatafottersene – come direbbe Montalbano – delle innumerevoli dimostrazioni del fatto che ciò non accade. Una posizione talmente limpida, e convincente, che le reazioni sono all’insegna dell’incredulità, prima di passare al contrattacco e promettere guerra.

Per citare il solo Enzo Carra, relatore del provvedimento a Montecitorio, le sue parole sono durissime: «Spero che la Fornero non si sia resa conto bene di quello che ha detto. Anche perché non deve essere il ministro a discettare su cosa il Parlamento ritiene opportuno o meno, a meno che la pressione degli editori in queste settimane non sia stata così forte da indurre la Fornero a fare un passo falso. Forse vorrebbe una legge senza sanzioni. Ma se è diventata il ministro degli Editori lo dica apertamente».

Esatto: lo dica apertamente. E, se possibile, senza scoppiare a piangere, commossa al pensiero di quei tapini che rischiano di perdere i contributi pubblici solo perché pagano gli articoli cinque euro cadauno, o senza arrampicarsi sugli specchi, scaricando la colpa dei suoi risibili distinguo su qualcuno, chissà chi, che non l’ha informata correttamente.

Federico Zamboni   

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