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Curdi. La Turchia si inguaia da sé

La permeabilità del confino turco-siriano sembra che si stia ritorcendo contro Ankara, che ha dato asilo ai disertori siriani permettendo loro di usare il proprio territorio come retrovia dove organizzare le incursioni contro l’esercito di Damasco.

Dalla Siria pare, infatti, arrivassero gli attivisti del Partito Curdo dei Lavoratori (PKK) che hanno ucciso sette militari in un attentato esplosivo a Tunceli, nell’est del paese. L’episodio si inserisce in un quadro di escalation nell’attività militare del PKK che trova sicure basi nel Kurdistan siriano ormai sfuggito al controllo del regime di Assad.

La situazione turca si sta facendo molto delicata. Da una parte non può violare un confine, che ha voluto permeabile alle milizie ma che resta intangibile agli eserciti regolari, mentre dall’altra non può ingiungere al governo di Damasco di impegnarsi a stroncare la rivolta curda, mentre il governo di Erdogan sobilla quella sunnita.

Non è solo la permeabilità dei confini che si sta ritorcendo contro Ankara, ma tutta la sua politica di destabilizzazione della Siria, che infatti ha avuto come sottoprodotto, indesiderato dai turchi, la recrudescenza delle rivendicazioni indipendentiste curde, che ora hanno anche trovato una base strategica arretrata da dove operare.

Inoltre, anche in caso di caduta del regime di Assad, non sarà semplice tornare indietro e togliere ai curdi quanto conquistato, anche perché un eventuale intervento armato turco contro di loro sarebbe difficilmente giustificabile, dopo l’appoggio dato alle istanze di libertà delle altre formazioni politiche e religiose.

La nascita di un legittimo primo nucleo di focolare nazionale curdo andrebbe a destabilizzare ulteriormente la regione a massimo danno della Turchia, che lotta contro la repressione delle minoranze quando esse agiscono in altri Stati ma che in casa propria le reprime in maniera sanguinosa, se non sanguinaria.

L’elemento destabilizzante costituito da un Kurdistan sovrano, che potrebbe anche chiedere di espandersi nei suoi confini etnici e storici, i quali sono ben più vasti della sola zona siriana, sarebbe il risultato migliore che può uscire dalla crisi siriana, ma è l’unica che non vogliono né Assad, né gli esportatori di democrazia.

(fm)

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